Racconti dell'ovulazione
Martina Raggini
I racconti dell’ovulazione sono un’interpretazione letteraria e personale di chi scrive, e fanno capo a pensieri, fantasie e storie reali, regalate a me in confidenza da persone altrettanto reali.
Riferimenti a fatti e persone sono stati alterati per proteggere l’intimità di chi me le ha donate.
Ti chiedo, caro lettore, di approcciarle con rispetto.
Autunno
Le foglie scricchiolano sotto i miei piedi, il bosco odora di tempesta appena passata. Sono venuta qui oggi per distrarmi, per ingannare il tempo fotografando le cime degli alberi spogli che con le loro nere braccia cingono il cielo grigio. O almeno questa è la scusa che mi sono data. La verità è che ho sentito il bisogno di stare sola, di far uscire dalla mia mente quelle immagini che da giorni si impongono sul mio sonno e la mia veglia. Da quando sono entrata in questo utero silenzioso di bosco, il rumore del vento ha iniziato a sibilare in modo strano. Quel maledetto sibilo nelle mie orecchie ha riportato a galla il bisbiglio di quel ragazzo che ultimamente siede accanto a me a lezione. Mi sforzo di non pensarci, mi concentro sulle trame che gli alberi disegnano in cielo, ma non appena il pensiero cede, una voragine buia e profonda si apre nel mio stomaco, le ginocchia, per un momento, mi abbandonano. Devo accettare che non sono più padrona di quello che mi sta succedendo. Ad un tratto il suono delle foglie sotto gli scarponi si è fatto ovattato, il fruscio del vento tra le fronde rimbomba nel mio cranio come immerso in un liquido denso.
Lo vedo, davanti a me: mi guarda, cammina con quel passo sicuro, nella mia direzione. Il bosco comincia a stringersi tutto intorno, il vento — un respiro — sembra muovere le foglie al battito del mio cuore, profondo e tuonante. Mi devo fermare lì dove sono, la voragine dentro lo stomaco si stringe, si riapre: un brivido scende dalla punta della spina dorsale fino al basso ventre.
I suoi occhi nei miei, la sua bocca vicina al mio orecchio. Perdo l’equilibrio, manco il sasso, l’acqua del ruscello mi entra nelle scarpe, il suo ginocchio sfiora il mio ginocchio, un altro brivido attraversa la coscia.
Il sole cala in questa giungla di braccia e di mani: non più al cielo rivolgono il loro palmo, ma a me.
Sento caldo, batte, sento freddo, pulsa, un ramo mi cinge la spalla, accarezza la scapola con la sua falange fredda, fuori è buio, ho chiuso gli occhi, le foglie scricchiolano sotto la mia schiena nuda, di chi è questa mano sulla mia coscia? Di nuovo quel bisbiglio nell’orecchio, stavolta fin troppo chiaro.
Il torrente sotto di me, gli alberi, un cielo di stelle, dita gelide inglobate da un caldo umido.
Il giorno dopo è lunedì. Mi siedo di fianco a lui, come sempre. Arrossisco. Mi guarda, come se sapesse. Il suo ginocchio sfiora il mio ginocchio. Io suoi occhi grigi nei miei.
Sa tutto.
Inverno
Il dio Lono, quel lontano 1779, si manifestò con le sembianze di un bianco inglese un po’ spocchioso e imparruccato: si faceva chiamare James Cook. Dopo aver fatto per mesi l’amore sotto le palme con le hawaiane, pelle color nocciola e sapor di cocco e sale, morì cannibalizzato per colpa di una vela sbilenca e della sua bianca saccenza.
Ma gli Dei, è noto, si reincarnano costantemente. Gli Dei della fertilità, in particolare, amano vagare per gli angoli della Terra e sedurre la natura che procrea.
Lono — mio marito — trasfigurato in pioggia, ha inseminato campi che hanno dato raccolti rigogliosi, in sembianza di ragno ha consumato un primo e ultimo amplesso per poi lasciarsi morire stremato, ma è quando decideva di nascere Uomo che produceva i suoi frutti migliori.
Da molto prima che il mondo esistesse lui ha vegliato sul futuro della vostra specie, ha atteso con grande trepidazione la vostra nascita, ha contribuito a plasmarvi, forme sinuose, carni calde e pulsanti, imperfette, con la voglia matta di riprodurvi.
Oggi il grande Dio Lono siede lontano da chi un tempo lo venerava, all’altro capo della Terra. Parla, con la sua voce che è musica celeste, racconta a voi, inconsapevoli, la sua storia. Si è fatto nuovamente Uomo, ha preso questa volta le sembianze di un saggio: barba canuta, capello irrequieto, misterioso e sfuggente.
Le vostre donne — variopinte e quanto mai diverse tra loro — pendono tutte ugualmente dalle sue labbra, come le hawaiane allora, affascinate irrimediabilmente dal suo eterno mistero, dalle sue storie di mari in tempesta, di terre lontane e inesplorate, dalle sue avventure di marinaio intrepido, da quegli occhi che custodiscono in loro la Vostra Storia.
Loro lo desiderano, lui fa quel che può. Bagna con la sua conoscenza le bocche asciutte, e le vostre labbra assetate ne chiedono sempre di più.
Ha capito, dopo milioni di anni passati a soddisfare la voglia di vita del Mondo, che è più divertente vedervi annaspare, chiedere, morire per averlo. Non si concede più con la stessa facilità.
Ha scoperto che c’è più gusto nel desiderio che nell’amplesso.
Io, sua moglie, dall’alto dei cieli, guardo divertita lo spettacolo della vita che si prodiga per diventare.
Primavera
Le mie amiche lo sanno bene che il quattordicesimo giorno dalla mia ultima mestruazione non ho il permesso di uscire di casa, eppure oggi insistono. Lo sanno che mi sono auto-imposta la clausura quasi due anni fa dopo l’incidente con quel ragazzo che non sentivo da tre anni e col quale ho rischiato di dover metter su famiglia. Il giorno quattordici di 28 non si esce. Se si esce, lo si fa in un contesto controllato. Solo con le amiche, dato che il Signore o chicchessia mi ha graziato con l’eterosessualità, perchè se fossi stata attratta anche dal mio stesso genere avrei dovuto chiudere baracca e burattini e ritirarmi su un eremo a pascolar le vacche. Insomma, il giorno quattordici è meglio stare a casa con la copertina e un bel filmetto, meglio se drammatico, meglio ancora se proprio tragico, una roba pesantissima, con molti morti, meglio se squartati e soprattutto nessun uomo a petto nudo.
Ma loro non capiscono, loro mi deridono, pensano che io mi inventi tutto. Loro non ci credono che io sia finita con quella specie di ratto spelacchiato, mingherlino e con la voce prepubescente che millantava di scrivere poesie, perchè ero nel quattordicesimo giorno del mio ciclo mestruale. Ma come avrei potuto andarci a letto se non completamente annebbiata dall’ormone luteinizzante?
E come avrei potuto accettare una scappatina con l’unico studente di scienze politiche che ha avuto il coraggio di ammettere che in un passato imbarazzantemente vicino aveva votato Calenda?
E loro se lo ricordano bene, perchè ancora mi prendono in giro, di quello che a inizio serata mi aveva confessato che gli ricordavo la sorella, e che la mattina dopo, quando mi sono svegliata a casa sua, me l’ha pure presentata (e la somiglianza c’era).
Loro non ci credono, che è colpa dell’ovulazione. Loro pensano che sia mancanza di giudizio, lascivia, nella migliore delle ipotesi un’ingenua tendenza a vedere sempre e solo il bello anche negli esseri umani maschili più repellenti, nella peggiore, ninfomania.
A volte mi chiedo se io sia l’unica del mio sesso con questo problema. L’unica che quando il suo ovocita maturo viene catturato dalle tube di falloppio nella speranza di essere fecondato (cosa che grazie al cielo, per ora, ho scampato) diventa una sorta di zombie sessuomane fuori controllo che inizia a provare attrazione per qualunque creatura sotto i quarantacinque…facciamo i cinquant’anni, che non puzzi di sudore e non abbia una svastica tatuata sul pettorale destro.
Non posso essere sola. Dove sono tutte le altre?
Eh va be, oggi insistono. Vogliono proprio andare al Carnevale di Gambettola. Pregate per me.
Estate
Vorrei sdraiarti al sole,
guardarti mentre il tuo calore evapora
e si fonde con l’aria densa.
Vorrei vederti essiccare, arrossire,
orizzontale, ad occhi chiusi, come se dormissi
(mi senti?)
guardare il sudore scendere lento sulle tue braccia
luccicare sul tuo petto
cristallizzarsi in sale.
Vorrei che facessi finta di non sentirmi,
che rimanessi immobile, mentre,
strisciando,
mi avvicino.
Vorrei bere il sale, goccia dopo goccia,
dalle tue braccia
(Intorno al collo),
mentre luccica sul tuo petto
(Sopra, sotto),
resta imbrigliato nelle pieghe della tua pelle
- profumata e bollente -
cola dalle tue cosce
(In mezzo).
Vorrei che non battessi ciglio,
quando arrivo dove non batte il sole,
che non muovessi un muscolo,
mentre ti rendo corpo esposto.
Calore di mano, calore di guancia, calore di bocca, di lingua,
sapore.
Ti vorrei inerme, continuare a fingere di non sentirmi,
(Mi senti, vero?)
di non volermi
e poi,
— bestia —
farmi tutto.
Qui cessa la mia volontà e inizia la tua
Che diventerà anche la mia.