Femministe cattive, cattive femministe: un'apologia del sesso vaginale?
Giorgia Bondi
Carla Lonzi ti chiedo solennemente perdono.
Ho scoperto gli uomini tardi e me ne sono vergognata molto. Ricordo perfettamente il giorno in cui ho dovuto ammettere che forse una vaga ragione Freud ce l'aveva, almeno in questo caso. È stata un'ammissione parecchio complicata perché le uniche persone a cui avrei dato ragione meno volentieri sono Hegel e mio padre, il che — forse — dà nuovamente ragione a Freud.
Quel giorno, tutto quello che pensavo di sapere sul femminismo è vacillato, non potevo più vivere tranquilla nel mio sereno e distaccato separatismo.
Allora ho cominciato a dire che sono una femminista più alla bell hooks, che il discorso del simbolico è utile come strumento di comprensione ma non può essere una prescrizione comportamentale, viviseziono il pensiero di Lonzi alla ricerca di tutto quello che non va, quando la verità è solo una: a me piace fare sesso con i maschi.
Spiazzante, scomoda, fastidiosa realizzazione dei vent'anni. Il femminismo per come lo conoscevo, a cui aderivo serenamente, senza conflitto di interessi, era diventato una contraddizione. Un’antitesi apparentemente insuperabile: sono una cattiva femminista o, peggio ancora, non sono femminista affatto?
E poi la realizzazione peggiore: il sesso penetrativo, fallocentrico, patriarcale, un gesto di violenza culturale che non ha riscontro in nessun altro tipo di colonizzazione(1), a me piace, mi fa godere, persino arrivo all'orgasmo, a volte.
Ora mentre scopo, mi sento un po' in colpa, devo espiare il fatto che sto tradendo la causa, se lo faccio con un uomo. Carla Lonzi si è sposata e ha fatto un figlio, pure lei sto sesso vaginale lo avrà fatto, ma ha anche scritto la bibbia del femminismo italiano e io, fino a quel momento, non avevo mai peccato.
Come ci sono finita a mettere la lotta di genere in termini così cristiani? A tirare fuori il senso di colpa come annientamento di ogni mia buona aspirazione politica? Non ne ho idea.
L’orgasmo femminile, che è in ogni caso clitorideo, è tendenzialmente legato alla stimolazione esterna e non alla penetrazione, che rimane la pratica più diffusa nei rapporti eterosessuali e viene identificata come l’effettivo atto sessuale. In questo sta l’imposizione patriarcale, che — incurante del piacere femminile — incentra l’atto su quello maschile. Ciò, spiega Lonzi, è espressione del monologo patriarcale posto come universale senza possibilità di contraddittorio. Eppure un contraddittorio c’è: è quell’eterna ironia della comunità (2)— le donne — che non godendo realmente del sesso vaginale, hanno dimostrato la non-universalitàdel modello patriarcale.
Accettare ciecamente il monologo, convincendosi della sua reciprocità attraverso una ricerca psicologica, astratta del piacere, è ciò che viene richiesto alla donna nel sesso vaginale. Consapevole della lucidità di tale analisi sociologica, mi sento in contraddizione nel realizzare che io godo, materialmente.
La donna vaginale può vivere il femminismo come un fatto traumatico [... ] perché non è abituata ad un pensiero indipendente. Sono io una donna vaginale? Una donna che ha paura di pensare? Una succube degli uomini? Una schiava del patriarcato talmente cieca da non rendersene conto?
Il mio piacere, vaginale, mi sembrava del tutto incompatibile con la pratica femminista. Ma peggio ancora, del tutto incompatibile con quello che pensavo di sapere di me stessa.
Certo lo so, è una denuncia metaforica, che va calata nel suo contesto storico: un invito alle donne a riflettere sulla pratica sessuale, su come questa è stata costruita culturalmente senza tener conto di noi, a liberarsi degli schemi imposti e perseguire il proprio piacere; una presa di coscienza dell'espropriazione dei corpi che avviene attraverso un sesso che non tiene conto del nostro sacrosanto diritto di godere. Tuttavia l’assolutezza con cui viene pronunciata, che una volta mi rasserenava per la perfetta coerenza con la mia pratica, ora mi fa sentire manchevole di qualcosa, mi instilla un senso incolmabile di fallibilità: sono e non posso che essere una cattiva femminista.
Altre studiose hanno radicalizzato il pensiero di Lonzi, preso come punto di partenza per dimostrare che il lesbismo è la vera pratica femminista. Eppure io, che mi ritengo ora più femminista che mai, non sono più lesbica.
Forse per sputare davvero su Hegel e tutto ciò che rappresenta, occorre sfuggire da ogni idealismo, nella materialità complessa e sfaccettata che è il vero campo di lotta.
Carla Lonzi mi ha dato gli strumenti per spezzare il maschile universale, per riconoscere nelsesso un rapporto di potere culturalmente stabilito, di questo gliene sarò eternamente grata. Ora però conviene procedere, fuori dall’essenzializzazione, dentro alla storia e in questo terreno materiale, non lo nego, sono una femminista a cui piace il cazzo.
Non esiste la meta. Esiste il presente. Noi siamo il passato oscuro del mondo. Noi realizziamo il presente.
1 Questa e tutte le altre citazioni sono prese da Sputiamo su Hegel e altri scritti / Carla Lonzi; a cura di Annarosa Buttarelli, Milano, La Tartaruga, 2023
2 Così si riferiva Hegel parlando delle donne nella Fenomenologia dello Spirito (non lascio le specifiche del libro perché credo sia noto a tutti, se questo articolo vi fa venire voglia di leggere Hegel, sappiate che siete pazzi)