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Di gola

Cosimo Rabà

“Ti deciderai mai a pagarmi in un modo un po' più discreto?"

"Chè? T'offendi?"

Appoggia ogni volta le banconote sul suo addome, attorno all'ombelico, una per volta e con la stessa calma lei aspetta che finisca e solo dopo le raccoglie. Spesso diverse, pezzi da venti, cinquanta, dieci. Lo fa per il contrasto fra i colori tenui delle banconote e la pelle nera di lei. La migliore combinazione erano venti e cinquanta, azzurro e arancio, come grandi pietre sul nero lucido. Rimangono sempre sgualcite per il sudore di entrambi e una volta asciugate prendono il segno degli elastici che mette lei.

Al solito, lui fa un aeroplanino con alcuni fogli della scrivania e lo lancia verso di lei mentre si riveste all'angolo dell'ufficio. Colpisce il divano e resta lì con la punta piegata. Quando lei finisce di rivestirsi, lo saluta e distratta rilancia indietro l'aereo che vola storto fino al tappeto un metro più avanti, poi esce e chiude la porta — "ciao". 

 

“Ma sai, con mia moglie è diverso. Paradossalmente c’è l’ansia del sonno e del lavoro, ho i tempi più stretti con lei che con Luna, che poi basta darle due spicci in più. Secondo me se fai i conti mi costa meno lei che una mattinata poco lucida dopo il sesso con mia moglie.”

“Non siamo nemmeno molto compatibili, io e mia moglie. L’ho sposata per altro, più o meno. Da fuori è ancora qualificata, ma io cerco altro. Neanche cerco, mi interessa, sono ancora curioso e per fortuna ho i mezzi per esplorare.”

“A lei a letto piacciono cose che mi infastidiscono un po’, alcune cose poco fisiche, stronzate sulla condivisione del momento eccetera oppure altrettante cazzate “piacevoli”. Come dovrei eccitarmi leccandoti i lobi delle orecchie?!”.

 

Si sfila l’orologio lasciandolo sul bordo del letto, dove può vederlo e controllare i tempi per la matematica delle sveglie del mattino dopo. Sono silenziosi. Solo lei ogni tanto lo provoca, con un’aria di sfida che lo infastidisce solo. Sta al gioco con una certa rabbia che la soddisfa. Nella stanza, nell’aria che passa fra i loro corpi la frustrazione muta in una percezione di piacere e parlano una lingua incoerente, lui sente che ad osservarli c’è un traduttore confuso. 

 

“Alla fine, anche a letto, puoi comprare tutto. I miei rifiuti nei confronti di mia moglie me li pago in altro, noia, attenzioni, ma anche lì poi mi salvano i soldi e si cheta. Lei, ad esempio, paga i suoi rifiuti nei miei confronti con le mie antipatie…è il nostro equilibrio.”

 

Luna, che poi si chiama Aida, conosce il valore delle sue chiamate, cerca di rispondergli sempre, di arrivare presto all’ufficio. A volte prende due autobus, venti, trenta minuti. Lui la aspetta, chiama a casa per avvisare che farà tardi, va in bagno a sciacquarsi, beve qualcosa mentre aspetta e poi torna a pisciare quasi sempre. 

C’è eccitazione per entrambi: lui è un ottimo cliente, paga la priorità del loro rapporto, lei è un simulacro di fantasie e voglie, accesso esclusivo alle sue gole. Così come lui teme un qualunque imprevisto, anche Aida teme un po’ quegli incontri, vede che a volte la frustrazione di lui sgomita verso di lei, nella stretta delle mani o in qualche insulto più acceso.

 

“No ma è tutta un’altra cosa! Non hai idea. Presente la plastica del cruscotto della panda con quella texture finto-pelle? Eh, è tipo così. Mi ossessiona. Sembra immune a tutto, resta sempre dello stesso colore. Appena arriva le sfilo tutti gli anelli dalle mani, gliel’ho chiesto io e ormai è abitudine, e anche nelle dita, nessun segno, li appoggio sulla scrivania vicino ai miei.”

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