Per un cinema senza sesso
Claudio Regini
Se c’è una cosa che nei film mi disturba più della violenza gratuita ed esibita, forse è proprio l’utilizzo smodato ed inopportuno del nudo e della sessualità esplicita. Tale affermazione necessita inevitabilmente di una spiegazione o il rischio confondere la mia idea di cinema con il parere di un retrogrado conservatore si alza notevolmente.
Che il rapporto tra il cinema occidentale e il sesso abbia attraversato numerose fasi a partire dal dopoguerra fino ad oggi è cosa nota. Liliana Cavani nel suo saggio Cinema ed erotismo traccia una sorta di linea del tempo della relazione travagliata tra il cinema italiano e la sessualità: nel triennio tra l’immediato dopoguerra e la prima metà del 1948, i problemi legati al sesso non sono tra le priorità degli italiani — e di conseguenza degli autori, dominate invece dalla disoccupazione, dalla questione meridionale e dalla resistenza partigiana. Con le elezioni del 18 aprile 1948 le istituzioni tentano di riattribuire al cinema un ruolo di strumento di svago e di evasione, iniziano così le battaglie contro la censura che solo negli anni sessanta otterranno delle conquiste, tra le quali una collocazione opportuna della sessualità all’interno del discorso cinematografico, svincolando l’elemento sessuale dai soli doppi sensi e dalle scenette da avanspettacolo.
È con il sessantotto e nel corso degli anni settanta che il sesso nel panorama cinematografico assume il più importante dei suoi ruoli: quello sociopolitico, portando alla luce un disallineamento tra società politica e società civile; se la prima fa appello al senso del pudore, la seconda invece rivendica la totale libertà di espressione. Quest’ultima, o meglio, la volontà di riappropriasene, si manifesta tra le altre cose, attraverso il sesso o ancora meglio, attraverso il corpo. Senza entrare nello specifico delle lotte sessantottine e delle rivendicazioni di quegli anni, un dato statistico ci aiuta a comprendere meglio il contesto culturale. Secondo i numeri riportati dal Giornale dello spettacolo (18 maggio 1969) nella stagione 1967-68 solo 20 film su 593 appartenevano al cosiddetto filone “erotico sessuale”, mentre due anni dopo, nella stagione 1969-1970 se ne individuano ben 74, quasi quattro volte tanto. Del resto, conosciamo tutti la rivoluzione sessuale degli anni ’70 e sappiamo quanto segni, senza dubbio alcuno, un prima e un dopo nel trattamento di certi temi sul grande schermo, dando origine tra le varie cose ad una distinzione tra cinema erotico e cinema pornografico.
Cosa c’entra però tutto questo con i giorni nostri? C’entra perché il modo di trattare la sessualità al cinema — così come nei media in senso più ampio, argomento che perlomeno la maggiorparte di noi oggi conosce e ha interiorizzato — non solo è figlio di quelle rivendicazioni, ma ne è in parte la deformazione e, talvolta, il risvolto grottesco di qualcosa che al principio non solo è stato un movimento nobile, ma necessario.
Se nel 1976 Michele Apicella in Io sono un autarchico, primo lungometraggio firmato Moretti, affermava: «da una parte c’è il cinema erotico, che ha una sua ragion d’essere che può interessare, certi strati…dall’altra c’è il cinema pornografico, pura e semplice pornografia, ed è l’unico che mi piace». Oggi la distinzione è più complessa: benché la pornografia sia piuttosto lontana dagli ambienti cinematografici ufficiali, e costituisca un universo produttivo e distributivo completamente diverso, talvolta questa irrompe anche nel cinema cosiddetto pop.
Quello che occorre fare oggi è comprendere il ruolo che il sesso ha all’interno del cinema: alla divisione tra cinema pornografico e cinema erotico si sostituisce quella tra il sesso esibito e il sesso come dispositivo narrativo. Quando parlo del collegamento tra la rivoluzione sessuale del ’68 e il cinema di oggi intendo dire che, purtroppo, quella che ieri era una rivendicazione legittima si è trasformata in un’esibizione, qualcosa di corrotto poiché alla censura si è risposto con un esibizionismo smodato. Questo non è un problema laddove il ruolo è quello di dispositivo: il corpo, il sesso, la nudità, sono a servizio di una comunicazione, di una narrazione, sono veicolo di un messaggio. Irreversible di Gaspar Noe mette al centro del film una scena di uno stupro senza tagli e camera fissa. Nessuna colonna sonora, solo grida per tre minuti che sembrano un’ora. È la scena cardine del film, che ci parla delle conseguenze di un atto come questo. Ma come Irreversible, tanti altri film fanno un uso cosciente di questo elemento. Il sesso non è solo veicolo per coinvolgere maggiormente lo spettatore e attirarlo allo schermo, è anche elemento disturbante, doloroso, complesso e — perché no? — a volte anche divertente e giocoso. Quando esco dal cinema e incontro amici che invece stanno entrando, e alla mia domanda “cosa andate a vedere?” mi rispondono “quello con Sidney Sweeney, non mi ricordo come si chiama, mi sa che si vede anche una tetta” mi gela il sangue, perché questo non è il risultato della rivendicazione decennale di poter sfatare i tabù del nudo e del sesso al cinema, ma è la sua commercializzazione.
Non mi scandalizzo se ho la certezza che quella che sto guardando sia un’operazione cosciente e oculata, mi scandalizzo quando l’esibizione del corpo allontana la nostra esperienza da quella tipicamente cinematografica — quale che sia l’accezione che gli si sceglie di dare, da quella emotiva a quella informativa — ma a questa si sostituisce qualcosa di più simile all’esperienza della fruizione pornografica, si attinge a degli stimoli che non devono a mio parere far parte della fruizione di un film, o almeno non scavalcando tutto il resto. Il gusto estetico per il corpo, per la sensualità, per l’erotismo, non va cancellato dalle nostre menti e non va represso nella narrazione cinematografica. Va senza dubbio però reso consapevole, sottratto del male gaze di cui la pornografia è da sempre inondata, e reso qualcosa che non soddisfi i desideri bassi dello spettatore basso, per quello ci sono altri prodotti.
Per un cinema senza sesso non è un’esortazione ad eliminare il sesso dal cinema, ma un invito a ricordarci che il corpo non è solo lo strumento attraverso il quale si smercia il piacere allo spettatore, ma terreno di lotte secolari che gli hanno attribuito la dignità e il valore artistico e culturale che ora possiede, e ignorare tutto questo pur di vendere, è un peccato.