Tettazze teatrali
Martina Raggini
Ho mentito alla mia psicologa. Le ho detto che ho abbandonato il sogno del teatro perchè la paura del fallimento era tanta da immobilizzarmi, perchè temevo che se ci avessi provato e avessi scoperto che sono una pippa a pedali, quella delusione mi avrebbe perseguitata per tutta la vita.
Tutte bugie. La verità può sembrare in apparenza meno profonda, ma è altrettanto reale e viscerale.
Ho le tette troppo grosse.
La realizzazione che per fare l’attrice non puoi avere più di una terza coppa A (e siamo proprio al limite eh) mi è arrivata prima di quanto sperassi, mannaggia a me e all’aver frequentato il Santarcangelo Festival sin dalla post pubescenza.
Pensateci bene, spremete il cervello: avete mai visto un* performer di teatro contemporaneo, un* danzatric* senodotat* con una quarta coppa C? Una quinta coppa B? O anche solo una terza coppa D? No. La riposta è no.
E ancora: quando è l’ultima volta che avete visto l’attrice protagonista di un film spogliarsi e avere il seno sinistro più grande del destro? O avere un paio di tette cadenti che non stanno perfettamente su da sole, apparentemente ignare della forza di gravità? Mai. Ecco, mai.
Allora, specifichiamo, lo so anche io che ci sono moltissim* attric* che hanno delle grosse tette e che le espongono , sia in teatro che al cinema, ma solitamente lo fanno proprio per rivendicare il diritto di un corpo non conforme allo standard di bellezza di questa nostra crudele società occidentale di mettersi in mostra: io stessa ne ho viste tante, di donne grasse che vogliono sfidare il disagio che la nostra società prova davanti ai loro corpi nudi e mostrare come siano belli, sani eleganti e capaci (penso ad esempio a R.OSA o Graces di Silvia Gribaudi, una coreografa e danzatrice che adoro) o anche di donne con disabilità che ancora una volta, spogliandosi, sfidano il nostro sguardo tiktokkizzato e abituato a imbarazzarsi o impietosirsi davanti a ciò che eccede la norma, scandalizzato dalla differenza (e penso al bellissimo MONGA di Jessica Teixeira in cui la performer era nuda durante tutta l’opera, causando dapprima uno shock nello spettatore, che poi si ritrovava, a spettacolo finito, a sentirsi invece perfettamente a proprio agio con quella nudità «diversa»).
Ma non è di loro che sto parlando. Non è ai seni spogliati per lanciare un messaggio politico, che mi riferisco, anche se alcuni potrebbero pensare che un seno femminile spogliato è quasi sempre un messaggio politico - a meno che non si tratti della scelta di un regista hollywoodiano che vuole semplicemente inquadrare le tettazze dell’attrice di turno (che comunque sono quasi entro la terza coppa A che abbiamo prima stabilito essere la norma mammaria per i seni all’aria).
Dio benedica i nostri corpi politici. Shiva benedica il «Free the Nipple».
La mia riflessione però esula da questi argomenti. Una cascata di pensieri sulle tette e il teatro che avevo - per la mia sanità mentale - accantonato da tempo, ha iniziato a inondarmi la mente dopo aver visto lo spettacolo del secondo anno del biennio dell’accademia Silvio d’Amico, che ha messo in scena Revolt, She Said, Revolt Again di Alice Birch, per la regia di Liv Ferracchiati.
Un giovane attore sui tacchi arriva a proscenio con un microfono in mano e recita la prima pagina del copione, quella con le indicazioni di scena, e ad un certo punto pronuncia le parole che inizieranno la reazione a catena dei miei pensieri:
«Se una donna deve, in qualsiasi momento, spogliarsi un poco, allora anche gli uomini dovrebbero spogliarsi per riparare l’equilibrio».
Eccomi, sono pronta - penso - cacciatemi ‘sto nudo maschile full frontal, peli pubici e tutto il resto.
E invece non accade.
I sette attori, quattro ragazzi e tre ragazze, erano tutti vestiti eleganti, con completi gessati e tacchi altissimi bianco vinile. Tutti indossavano il rossetto, come previsto dalla drammaturgia. Dalle loro giacche abbottonate iniziava già dalle prime scene ad intravedersi un barlume di pelle nuda. Era chiaro sin da subito che le ragazze in scena non indossavano il reggiseno.
Faccio fatica a spiegarvi il perchè, ma la presa di consapevolezza che probabilmente ad un certo punto dello spettacolo quelle tre ragazze si sarebbero tolte la giacca e sarebbero rimaste a petto - a seno - nudo, mi ha fatta immediatamente irrigidire. Quando poi il momento è arrivato, la mia reazione è stata quella che mi potevo aspettare: un profondo e viscerale senso di disagio.
È sempre così, quando mi succede di andare a teatro e vedere un’attrice spogliarsi. Mi sono chiesta mille volte perchè. Sono vittima di una società che mi ha insegnato che i capezzoli femminili sono una parte del corpo proibita e che va tenuta nascosta da occhi indiscreti ma che contemporaneamente mi ha esposta ad una costante sessualizzazione delle tette in televisione, al cinema e sui social? Certamente sì. Ma perdindirindina io sono una ragazza decostruita. Sono una giovane femminista intersezionale di sinistra, da sempre a contatto col mondo queer, come è possibile che alla veneranda età di ventiquattro anni ancora vedere il seno di un’attrice sul palco mi faccia venir voglia di scappare dalla sala?
Le tre attrici si spogliano gradualmente, prima l’una e poi le altre. La prima delle tre che rimane a seno scoperto non si rivestirà fino alla fine dello spettacolo. Di quello che è successo da quel momento in poi nella trama faccio fatica a far memoria, perchè i miei occhi e il mio pensiero erano troppo concentrati su quei seni.
(Ora, se mai queste tre giovani dovessero leggere Limi Magazine non mi prendano per una pazza maniaca sessuomane, il mio interesse per i loro seni ha veramente poco a che fare coi loro seni e molto con le mie insicurezze, e la descrizione che sto per farne non venga interpretata come voyeuristica, perchè è necessaria al fine della comprensione della mia teoria).
Una di loro non avrà avuto nemmeno una prima, un seno che di fianco ai colleghi uomini - che nel frattempo erano rimasti anche loro a petto nudo, così come previsto dalla drammaturgia - passava inosservato, se non fosse stato per i lunghi capelli di lei che, scendendo, lo incorniciavano. Gli altri due seni erano più marcati. Non mi metterò a speculare sulle taglie precise, non sono una commessa di Calzedonia, ma vi posso assicurare che il più grande dei due rientrava comunque nella scala di taglie che ho esposto all’inizio.
Il punto, credo, sia che non potevo far a meno di immaginarmi al loro posto. Per tutta la durata delle scene non riuscivo a non pensare cosa sarebbe successo in un universo parallelo (probabilmente inesistente) nel quale non sono una pippa a pedali e Liv Ferracchiati avesse chiesto a me di spogliarmi davanti al pubblico del Mattatoio. Ho pensato per tutto il tempo al mio seno nudo: fuoriscala, asimmetrico, che non si regge magicamente in piedi da solo in barba alla gravità, alle sue smagliature, le sue imperfezioni e irregolarità. Mi sono immaginata di dover danzare come loro, di dimenarmi, rotolarmi, scalciare e correre come facevano loro, di espormi come facevano loro, di lasciare che tutti mi guardassero, i miei amici, potenzialmente i miei familiari, dei perfetti sconosciuti, uomini anziani, giovani arrabatti, senomunite come me.
Non riuscivo a smettere di pensare a tutte quelle situazioni in cui il mio seno è stato un problema.
Le mie sorelle di coppa larga sanno di che cosa sto parlando: di quell’automatismo che abbiamo sviluppato col tempo di portare i gomiti al petto perchè altrimenti correre, saltare sarebbe troppo doloroso, perchè altrimenti ci ritroveremmo il nostro davanzale sul mento, di quella sensazione che, quando indossiamo un top con lo scollo a V, nessuno saprebbe dirci di che colore abbiamo gli occhi.
Quando ho esposto queste considerazioni alla mia cara amica attrice, M., di simile dotazione mammaria, e M mi ha raccontato di una scena di sesso che ha dovuto girare per un film, di come prima di girarla fosse preoccupata che gli spettatori avrebbero commentato la cadenza delle sue tette, di come si sia premurata di coprirle il più possibile coi gomiti di modo da mascherarla un po’, di come la ragazza con la quale ha girato la scena - che aveva un seno molto più piccolo e guardacaso non aveva avuto nessuno di questi pensieri - le avesse detto, sorpresa e stupita:
«Scusa te se te lo chiedo ma, che taglia hai?».
Io guardavo i loro seni, e i loro seni guardavano me. Quando tutti gli attori si sono posizionati a proscenio per una scena corale gli elastici lei loro pantaloni allineati, i loro petti rosei e scoperti uno di fianco all’altro, formavano una fila ordinata di aureole e capezzoli, tutti diversi, quelli dai maschi da quelli delle femmine, quelli dei maschi tra di loro, quelli delle femmine tra di loro.
Eppure ai petti dei maschi quasi non avevo fatto caso. A nessuno importa se X ha le mammelle più sviluppate di Y, se i capezzoli di Bibino sono strabici e se quelli di Bibò sono pelosi.
Invece mi sono resa conto che sui seni delle ragazze stavo eseguendo una radiografia completa, per poi poterli incasellare nel grande file Exel mentale delle tette-diverse-dalle-mie.
Mi sono sentita in colpa, mi sono sentita sbagliata. Poi mi sono sentita in colpa per sentirmi sbagliata perchè in effetti nessuno mi ha mai veramente discriminata per la taglia della mia coppa: mi hanno guardata in un certo modo, sì, mi hanno sessualizzata, probabilmente, ma dubito che alle tre ragazze in scena non sia mai capitato nulla di simile.
Ma ciò non toglie, che almeno nella percezione comune, non tutte le tette sono uguali. Mi sono chiesta cosa sarebbe successo se davvero al posto di una di loro ci fossi stata io. Ho pensato che forse avrei rifiutato di spogliarmi in scena. Ho pensato che forse avrei preso coraggio e mi sarei eletta a paladina delle coppe D nel teatro di prosa contemporaneo. Ho pensato che il mio disagio fosse un mio problema, un mio eccesso di pudicizia, un problema di invidia femminile radicato nell’impossibilità di poter raggiungere gli standard che la mia società mi ha imposto.
Ho pensato a quella schiera di petti nudi, femminili e maschili, e mi sono chiesta quale fosse il loro senso, che cosa mi stessero comunicando, perchè il regista avesse scelto di spogliarli, cosa che non è indicata da nessuna parte del copione.
Forse stavano urlando che erano tutti perfettamente alla pari, forse il porli sullo stesso piano di nudità e persino sulla stessa linea a proscenio serviva illustrare come fossero tutti unici e perfettamente simili. O forse è proprio al mio disagio che stavano parlando, forse mi stavano dicendo proprio di rivedere il mio modo di osservare la differenza, forse volevano mettermi di fronte al fatto che ho internalizzato e perpetro quelle stesse dinamiche che mi piace pensare di aver decostruito.
Molto probabilmente non ci capisco nulla di teatro e mi faccio troppe pipe mentali.
Forse è il caso che confessi alla psicologa che ho più paura delle mie tette che del fallimento. Vi aggiorno su cosa dice.