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Ai miei professori

Martina Raggini

Un punto solo m’è maggior letargo

che venticinque secoli a la ‘mpresa

che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

D.Alighieri, Paradiso XXXIII, vv. 94-96.

 

Professore! Professore! Ma che incredibile coincidenza, anche lei qui? Non sa che piacere

vederla. Sembra passato un secolo da quando ci incontravamo qui al bar della stazione di prima

mattina.

Le confesso che il caffè me lo ricordavo un po’ meglio.

Sarà che il sonno che avevo allora, a 15 anni (il sonno di chi, pur di evitare qualsiasi contatto

umano non strettamente necessario, si ostinava a svegliarsi prima dell’alba per prendere il primo

treno utile a raggiungere il liceo) era tale che mi sarei bevuta anche il catrame, se mi avesse

aiutata a tenere sveglie le sinapsi. Solo adesso mi rendo conto di quanto davvero facesse schifo.

Ha un retrogusto che non è solo amaro, ma risale proprio fino ai seni paranasali, ed evoca alle

papille gustative l’odore del sudore post-ora-di-motoria.

Forse è solo il sapore della disperazione adolescenziale.

Ci crede che ho nostalgia? Forse proprio di quella adolescenzial-disperazione, che poi, a ben

guardare, tanto disperazione non era.

Ho nostalgia di quelle ore infinite in cui - e adesso che è passato molto tempo glielo posso

confessare - finivo sempre per assopirmi. Non mi vergogno a dirglielo così spudoratamente, non è

mai stato un segreto, d’altronde, che il suo tono di voce conciliasse il sonno.

Mi è capitato spesso di pensare all’immagine dell’ombra della nave Argo, che per la prima volta

oscura a Poseidone la vista del sole, e di chiedermi se qualcuno l’avesse davvero scritta in

qualche poema, o se fosse semplicemente il frutto di un sogno fatto durante una sua lezione,

cullata dal suono ovattato delle sue parole. Mi sembra di vederlo ancora, il colore dorato del sole

che scintilla, filtrato dalle increspature delle onde, e che a un certo punto, all’improvviso, si

tramuta in buio davanti agli occhi del signore del mare.

Chissà se persino il Dio, in quel momento, ha avuto paura.

Quando l’ho vista passare davanti alla porta del bar non ho potuto fare a meno di fermarla. È

stato come se questo caffè disgustoso, questo pavimento lercio, queste sedie appiccicose e

usurate, l’abbiano evocata davanti a me.

Mi hanno fatto venire in mente l’ultima volta che abbiamo preso un caffè insieme qui. Quanto

tempo sarà passato? Siamo sicuri che sia successo davvero? Quell’immagine di noi due seduti

l’una davanti all’altro su queste sedie di metallo nero, non è forse anch’essa un’allucinazione?

D’altra parte, ci conosciamo da così tanto tempo che è normale confondere i ricordi con i sogni.

Si ricorda, ad esempio, quando il primo giorno di scuola elementare le ho chiesto - mentre lei

cercava di insegnarci ad impilare e accostare i regoli gialli a quelli rossi, verdi e blu - quando

avremmo cominciato a fare le moltiplicazioni? Lei all’epoca non poteva sapere che mio padre, per

farmi addormentare, quando ancora andavo all’asilo, era solito farmi fare le moltiplicazioni e le

divisioni a mente, (non era il suo forte inventarsi storie per bambini) costringendomi a immaginarle

sotto forma di fette di torta.

Forse è per questo che ho sempre odiato la matematica e il pan di Spagna.

Avevo una gran sete di sapere da bambina, so che questo è un fatto reale, e che lei se lo ricorda.

Avevo così tanta sete che quando, in prima media, ci costrinse a spruzzare vernice bianca sulle

tele dei ragni e raccoglierle su fogli di carta nera, riuscii per la prima volta a vincere l’aracnofobia.

Così tanta sete che ho scelto di mia sponte di restare durante le ore di religione, perchè - non si

sa mai - forse quel libro vecchio di migliaia di anni avrebbe avuto qualcosa da insegnarmi, anche

se avevo smesso di credere nel suo altissimo autore più o meno quando avevo smesso di credere

in Babbo Natale.

E si ricorda, professore, di quando ho alzato la mano perchè volevo intervenire sulla lezione di

storia e lei mi ha guardato - con il buio nel retro degli occhi - e mi ha detto, perentorio:

«Raggini, la lezione la faccio io». Ecco, anche quello sono certa sia un ricordo vero.

Sa, è proprio in virtù della stima che ho sempre avuto di lei che quell’episodio mi ha ferita così

profondamente. Ho pianto, tornata a casa quel giorno. E ho continuato a piangere quasi ogni

giorno per un anno intero, finché non ci siamo salutati per l’estate.Forse, a ben pensarci, questa è la ragione per cui ancora adesso, dopo più di un decennio, ogni

volta che alzo la mano per intervenire a lezione, il cuore comincia a fare giravolte nel petto, e dopo

che ho finito di parlare, quella stessa mano trema. Ho tentato di spiegarglielo l’anno scorso, al

nostro primo colloquio: non è che non mi va di partecipare, è che ho paura di non avere niente di

giusto da dire.

Non si preoccupi però, non ce l’ho più con lei. Ci siamo chiariti poco dopo, vero?

E da quel punto in poi ho sentito che il nostro rapporto è andato rafforzandosi (anche se le

confesso che quest’estate, quando ha deciso di non volermi rispondere alle mie mail mentre io

sudavo freddo e sputavo sangue sulla mia tesi, è stata dura mantenere la pace).

Questo bellissimo rapporto ce lo invidiavano tutti, sa? O meglio, questo è quello che si dice quando qualcuno ti parla alle spalle no? È tutta invidia. Sarà stata tutta invidia.

Lei mi aveva elogiato davanti a tutti per essere stata l’unica ad aver preso un bel voto alla verifica

a sorpresa, ma non sapeva che io, in quell’occasione, avevo copiato ogni parola; è stata la prima

e ultima volta che è successo, anche perchè i miei compagni non mi hanno rivolto parola per

mesi.

Mi sembra di ricordare che mi abbiano scritto, tempo dopo, su un bigliettino anonimo «Raggini

Cane». Ma forse anche questa è un’allucinazione della mia memoria.

Ma insomma, non è ritornare sul passato che mi interessa adesso.

Io sono solo capitata alla stazione, mi sono seduta a questo bar come sotto l’incantesimo di un

riflesso involontario del corpo, e lei è saltato fuori dal nulla. Si insomma, lei probabilmente

avrebbe fatto a meno del pippone nostalgico e si sarebbe bevuto il suo caffè in pace, e invece

incontrarci qui, adesso, sembra un segno. Un segno del destino, o chi per lui.

Forse lei è apparso qui affinché io possa ringraziarla. Ammetto che me ne vergogno, e mai vorrei

passare per quella maliziosa. Sa, credo che i miei compagni a volte pensassero che fossi

bisognosa di ottenere ad ogni costo le sue le sue attenzioni. Ed era vero. Avevo bisogno che lei

mi dicesse che ero brillante. Avevo bisogno di leggere nei suoi occhi che ero speciale, che non è

da tutti sapere fare le divisioni a mente a 5 anni, che in fondo la mia opinione aveva un valore.

Mia madre mi rassicurava, riportandomi dopo i colloqui le belle parole che lei e tutti spendevate

per me.

D’altronde fu lei a dirmi, dopo l’esame di terzia media:

«Farai grandi cose».

Farai grandi cose...

Ho sempre creduto di essere destinata a fare grandi cose.

Di recente però i miei pensieri sono attanagliati da una domanda che non trova risposta.

Mi è capitato di chiedermi se quel destino me lo fossi scelto io, o fosse stato scritto per me dalla

mia smania di essere brava, dal mio bisogno che questa bravura venisse riconosciuta, dalla

convinzione che fare grandi cose fosse l’unico destino degno di avere.

Faber est sua quisque fortunae.

Il primo giorno di liceo - ricorda? - ci disse di scegliere una frase in latino da un lungo elenco, e di

impararla a memoria. A fianco nessuna traduzione. Ora capisco il gioco; quello fu uno scherzo

suo, tanto quanto del fato. Io scelsi quella frase, senza sapere quale tragica ironia portava con se.

«Ciascuno è l’artefice della propria sorte». Essere l’artefice della mia sorte è stato per me la più

grande condanna e l’unico motore. Se tutto è nelle mie mani, il fallimento sarà una mia

responsabilità. E se il destino che ho lavorato senza sosta per costruirei dovesse tradirmi?

In matematica sono sempre stata una schiappa, la paura dei ragni mi è ritornata (e anche quella

delle cavallette, degli scarafaggi e degli scorpioni), nella Bibbia non ho trovato sollievo né

risposto, solo frustrazione, e ho ancora un terrore invalidante di alzare la mano.

Mi dispiace, io non vorrei tediarla con le stesse paure di sempre.

Le ha ancora le mie lettere? Quelle, sgrammaticate, senza virgole, senza lettere maiuscole quando

sarebbero state necessarie, in cui le chiedevo disperatamente - con l’urgenza che caratterizza chi

si è perso dentro se stesso - di dirmi che cosa dovevo farne della mia vita?

E invece le conserva ancora quelle in cui le dicevo che avevo fallito, che avevo abbandonato

l’università, ma che fallendo avevo accettato di intraprendere quella che era davvero la miastrada, che vedevo la luce, che avevo trovato il coraggio per ribellarmi alla sorte che mi ero

imposta? Che ne è stato di quelle lettere? Le ha mai lette? Mi ha mai riposto? Dove sono quelle

risposte? Le ha mai inviate? Sono io a non averle ricevute? Mi risponda! Mi risponda adesso, la

prego.

Adesso che ci penso, mi viene il dubbio di non avergliele mai mandate, quelle lettere.

Adesso che ci penso, mi viene il dubbio che non si possa fallire veramente.

Adesso che ci penso, non mi piace quest’idea che esistano destini più grandi di altri.

Adesso che ci penso, mi vengono in mente un paio di cose giuste che ho detto.

Ma lei lo ha sempre saputo vero?

Non c’era bisogno di immaginare di raccontarle tutto questo, mettersi giù e scrivere per ore in un

sudicio bar dell’uggiosa provincia, sorseggiando un caffè amaro al retrogusto di sudore e

disperazione.

Com’è che mi disse, quella volta?

«Il futuro fa paura

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