Parole di Luce
Diego Canali
La parola luce deriva dal latino lux, lucis, “luce”, e a sua volta deriva dalla radice protoindoeuropea *lewk-, che indica “brillare, essere luminoso”. In greco antico, questa radice protoindoeuropea ha uno sviluppo semantico leggermente diverso, tant’è che l’aggettivo λευκός, -ή, -όν (leukόs, -é, -όn) indica qualcosa di “brillante, splendente, bianco” senza tuttavia implicare l’emanare luce. In greco, infatti, la parola che propriamente indica la luce è φῶς, φωτός, (phôs, phōtós), ed a sua volta deriva dalla radice protoindoeuropea *bheh2-, di difficile pronuncia in quanto nell’alfabeto italiano non esistono i suoni *bh (detto occlusiva sonora aspirata, che in greco evolve nella lettera φ, “ph”) e *h2 (una delle tre laringali del protoindoeuropeo, suoni di tipo vocalico andati perduti nel corso delle varie trasformazioni subite nelle diverse lingue indoeuropee. In particolare *h2, aveva un timbro tendente alla vocale italiana a, tant’è che anche in greco tendeva a risolversi nella lettera α “alpha”, come nella parola φαίνω (phàino) “manifestare, mostrare, portare alla luce”, parola anch’essa derivata dalla radice protoindoeuropea *bheh2-).
La lingua madre protoindoeuropea conosceva dunque due radici che indicavano la luce, *lewk- e *bheh2-. La prima ha trovato esito in greco antico in parole come l’aggettivo λευκός, -ή, -όν (leukόs, -é, -όn), “brillante, bianco”, ad indicare colori come il bianco della pelle, della lana, della neve, del latte, ma anche oggetti brillanti o chiari come vestiti bianchi, cavalli dal manto chiaro, oppure purezza e luminosità in senso figurato, senza indicare però direttamente la luce, ma piuttosto un colore chiaro o brillante. La seconda invece si trova in greco antico nella forma φῶς, φωτός (phôs, phōtós), e significa “luce” nel senso fisico di ciò che illumina. Si riferisce alla luce naturale o artificiale, come quella del sole, della luna, del fuoco o di una torcia. Può anche avere un significato figurato di illuminazione, chiarezza, conoscenza, ma in generale indica qualcosa che emana luce piuttosto che qualcosa che è semplicemente bianco. La differenza fondamentale fra questi due termini è dunque che se λευκός indica un colore chiaro o brillante (bianco), ma senza implicare necessariamente l'emissione di luce, φῶς indica invece la luce stessa, la fonte luminosa che rende visibili le cose. In altre parole, un oggetto può essere λευκός senza emettere φῶς, ma è φῶς a rendere visibile il λευκόν.
In latino, invece, gli esiti di queste due radici protoindoeuropeo si sono differenziate in altro modo. Se *lewk- ha dato origine a termini quali lūx, lūcis, “luce”, lūceo, lūcēre “splendere, brillare”, lūmen, lūminis “luce, fonte di luce”, e dunque specializzandosi nel campo semantico della luce e della luminosità, *bheh2- invece ha trovato veste in parole quali (for), fāris, fātus sum, fāri “parlare, dire”, riflettendo l'idea di "far apparire con la voce”, oppure fāma “fama, reputazione” e dunque “qualcosa che viene detto e quindi reso noto”, ma anche fātum "destino" nel senso di “ciò che è detto (oracolarmente)”, specializzandosi in quelle parole che indicano il mostrare, il parlare, il rivelare.
Pensiamo ora ai corpi celesti, al Sole ed alla Luna. Essi rispecchiano piuttosto bene questa originaria divisione dei compiti rispetto al concetto di luce nelle due radici protoindoeuropee. Sole è come *bheh2-, fonte di una luce emanata da un centro verso l’esterno, che colpisce ed illumina, rende chiaro, brillante, visibile, o acceca. Luna invece è come *lewk-, un corpo chiaro perchè illuminato da luce esterna, ma che nel suo mostrarsi e nascondersi ciclicamente, insegna che non è sano nutrirsi ininterrottamente di luce, ché può accecare, ma è invece saggio giocare un po’ alla volta, in un ciclo continuo di luce ed ombra, apertura e chiusura, estroversione ed introversione, pieno e vuoto, parola e silenzio. Nel mezzo ci sono le sfumature, le fasi lunari, così come quelle umane, che calano e crescono tra il chiarore di illuminazioni epifaniche ed il buio del baratro che sta dentro ognuno di noi.