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Sogno di una sera d'inizio estate

Martina Raggini

Sono le nove di sera, il cielo è ancora turchese. Nessuna nuvola in vista, l’occhio si perde in una  distesa uniforme di colore, interrotta solo da puntini neri che sfrecciano veloci: rondini che cercano un vermicello per cena.

Dalla finestra aperta, rumore di cani che abbaiano in lontananza, una sporadica risata di bambini, la televisione del vicino accesa su Affari Tuoi, e soprattutto, il ronzio costante della ventola esterna dei condizionatori sui terrazzi.

Dal mio letto, se inclino la testa verso sinistra, oltre al mare di cielo puntinato di rondini, vedo le tegole marroni delle case.

Non tira un filo di vento, a muovere i lembi delle lenzuola è il ventilatore, acceso da ore.

Il tessuto mi danza sulle gambe nude.

Abbasso lo sguardo verso i libri che mi scrutano minacciosi dalla scrivania, abbandonati lì da oggi pomeriggio: le pagine che sospirano all’aria sembrano sussultare, chiamarmi da lontano. Ignoro il pensiero del mio ultimo esame universitario, oramai imminente, e ricomincio a guardare fuori.

Sono sdraiata sul mio letto da un tempo che ho smesso di calcolare, mi godo l’immobilità, mi sforzo di non percepire altro se non la gravità del mio corpo sul materasso.

Seguo col il pensiero il pulsare ritmico del sangue nelle vene, lascio che mi riempia le orecchie.

Ogni tanto lo schermo del telefono, riposto sul comodino, si illumina, ma mi sforzo di ignorarlo, persevero nella mia contemplazione.

Ho bisogno di riabituarmi a questi suoni, a questa noia, al panorama che si scorge da questa finestra. A breve questa stanza tornerà ad essere casa mia, all’afa della grande città si sostituirà l’afa della provincia.

Chiudo gli occhi, incerta se la sensazione che sto provando sia pace o disperazione, se i miei muscoli si stiano finalmente rilassando o se mi stia semplicemente liquefacendo.

Un torpore inizia a farsi strada, dalla punta delle dita dei piedi risale fino alle palpebre, che si chiudono d’istinto.

I rumori in lontananza si fanno ovattati; ora l’unica cosa che sento è una voce, che recita i primi versi di una poesia di Sylvia Plath a ripetizione, come una preghiera.

 

Io sono verticale,

Ma preferirei essere orizzontale.

 

I miei occhi restano chiusi, io resto orizzontale, ma all’improvviso sento una mano che, leggera, mi sfiora.

Queste inaspettate carezze salgono e scendono sulla pelle, lievi, quasi impercettibili.

Sul collo con cadenza regolare, mi pare di percepire dell’aria calda: un respiro appena accennato, un respiro di sonno.

Con la stessa regolarità di quel sospiro sento un solletico di capelli sulla mia spalla.

Come evocato dal mio silenzio o dalla malinconia, è sopraggiunto un altro corpo, a fianco al mio, orizzontale.

Mi sforzo di aprire gli occhi, ho bisogno di guardarlo, di vedere chi è che è arrivato, come per magia, a colmare il vuoto del mio letto.

 

Quando però - a fatica - schiudo le palpebre, non sono più nel mio letto, ma su un tavolo di metallo, illuminato da una luce bianca che mi colpisce da ogni parte.

Tutto un tratto sento freddo, proprio lì, dove fino ad un minuto prima soffiava caldo il respiro di quella figura.

È un freddo anomalo, pungente, che prima colpisce l’epidermide, poi affonda nella carne e si fa strada dentro di me, attraversandomi da parte a parte.

Così come era comparso, sparisce.

Eccolo che riappare, ma in un punto diverso.

Cerco di capire cosa mi stia succedendo intorno, sento odori di spezie, e dal suono ovattato che mi circondava inizia a salire un vociare insopportabile, un clangore di arnesi.

Sbatto le palpebre un paio di volte e finalmente riesco a capire dove mi trovo: sono sul tavolo di una cucina industriale, circondata attrezzi affilati e da enormi frigoriferi di metallo lucente. Uno di questi è aperto: carcasse di animali che non so identificare penzolano dal soffitto grazie a enormi ganci aguzzi.

Quando volgo la testa alla sorgente del misterioso freddo, vedo un uomo che mi osserva dall’alto con un coltello da macellaio in mano. Il freddo che sentivo è la sua lama che mi sta tagliando a pezzettini.

Non sento dolore, non vedo sangue, sento solo un freddo intermittente e profondo.

Quando l’uomo fa per tagliarmi in due la cassa toracica, con un balzo fulmineo riesco a scappare, mi butto giù dal tavolo, e mi metto a correre all’impazzata attraverso un ristorante gremito di gente, verso la porta principale.

Quando esco, mi rendo conto di essere ancora tutta intera, senza nemmeno un graffio.

Solo, nelle ossa, il gelo.

 

L’uscita del ristorante dà sul cortile interno di casa mia, a Roma. Le quattro palazzine che lo compongono torreggiano sulla mia testa, mentre i pesci e le tartarughe dello stagno sguazzano serene.

Saranno all’incirca le nove di sera. Il cielo è ancora turchese.

Mi giro verso il cancello sul retro, e vedo un uomo che mi guarda con aria spaesata da dietro le sbarre. Non so come faccio a esserne certa, ma so che è lo stesso uomo che qualche secondo fa impugnava il coltello.

Non ho paura di lui, anzi, provo nei suoi confronti una strana tenerezza mista a compassione.

Mi avvicino al cancello, lo apro, ed esco sulla strada. Non ci sono macchine in giro, né altre anime vive, solo io e quest’uomo sconosciuto.

Appena gli sono abbastanza vicina da vederlo in viso mi rendo conto che è un vecchio, un vecchio esile, poco più alto di me. Noto subito che indossa abiti invernali, una coppola marrone, una giacca di lana dello stesso colore, una camicia azzurra di cui fuoriesce solo il colletto sotto un maglione verde.

Ha gli occhi chiari, luminosi, buoni, ma non sorride.

Mi chiede con un filo di voce di seguirlo, e io, senza sapere perchè, accetto senza dire una parola. Camminiamo insieme per un po’, per le vie deserte e silenziose del mio quartiere, che scopro essere anche il suo.

Ad un certo punto, dopo qualche tempo che vagabondiamo senza meta, il vecchio mette il suo braccio sulla mia spalla. Quel gesto non mi infastidisce, tutt’altro: sembra che abbia bisogno di reggersi a me per continuare a camminare. Ancora una volta, accolgo la sua volontà senza dire una parola.

Talvolta capita che si giri verso di me, e i nostri sguardi si incontrino: quando accade, il vecchio tace. In fondo ai suoi occhi chiari, c’è una luce che non so descrivere.

Il vecchio conosce il nome di ogni via in cui ci addentriamo, mi racconta la storia di ogni persona a cui è stata intitolata, parla senza sosta, ma la sua voce si ode appena, le sue labbra si impastano, incespicano sulle parole, senza mai fermare il flusso del racconto.

Ci fermiamo davanti ad una chiesa: il vecchio la guarda, poi - di nuovo - guarda me, quasi commosso.

Solo a quel punto, coi suoi occhi fissi dentro i miei, con la sua mano ancora sulla mia spalla, riesco a dire:

 

Aiutami a comprendere.

 

Lo sguardo del vecchio cambia: si sposta al di là di me, verso un’oltre che mi è precluso, la commozione si trasforma in preoccupazione, quasi in panico. Ora dalla sua bocca non escono più parole di senso compiuto, solo qualche monosillabo, suoni confusi, come pensieri che non trovano una forma, immagini senza dettagli che affiorano all’impazzata, un turbine di ricordi al quale non riesce a fare ordine.

A quel punto, il vecchio mi abbraccia.

Mi stringe, con la forza con cui si può stringere solo una figlia perduta - o un vecchio amore - e io d’istinto, ricambio.

Restiamo in silenzio, stretti, per un tempo che non mi sforzo di calcolare.

La mia fronte è sul suo petto, sul collo, sento il suo respiro caldo.

 

Quando mi sveglio fuori dalla finestra il turchese si è trasformato in un blu profondo. Nessuna stella brilla nel cielo, si intravedono solo le luci gialle dei lampioni che illuminano le facciate delle case. Adesso, nel paese, tutto tace.

Mi giro istintivamente verso la persona che quando mi sono addormentata mi stava accarezzando, ma non c’è nessuno accanto a me.

Il ventilatore muove aria bollente che fa danzare i lenzuoli sulle mie gambe nude, sospirare le pagine dei libri, svolazzare i miei capelli che solleticano la spalla, ma quando sfiora il mio collo sudato, il calore di trasforma in un freddo pungente.

Mi coglie uno strano sconforto: solitudine forse, o il silenzio assordante della provincia d’estate.

Ho ancora gli occhi impastati di sonno quando si accende una luce sul comodino, così mi affaccio per controllare.

 

È C, che ha inviato una foto insieme ai suoi amici di casa: oggi sono andati al mare.

I e A hanno scritto che stasera sarebbero andati al cinema all’aperto, a piazza San Cosimato.

G mi chiede come procede lo studio; C, D, e V  mi insultano perchè non mi vedono da mesi e non ho detto loro che sarei tornata a casa in questi giorni.

L’ultimo messaggio è di R, che mi scrive che le prove in studio sono andate bene, e non vede l’ora di vedermi.

 

Ripongo il telefono, mi rimetto in posizione orizzontale e chiudo di nuovo gli occhi.

Com’è che continuava quella poesia?

 

Stasera,

all’infinitesimo lume delle stelle,

alberi e fiori

hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo

ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso

che mentre dormo

forse assomiglio a loro

nel modo più perfetto

– con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me più naturale.

Allora il cielo ed io

siamo in aperto colloquio,

e sarò utile il giorno

che resto sdraiata per sempre:

finalmente gli alberi mi toccheranno,

i fiori avranno tempo per me.

 

Dedicato all’uomo che mi apparve, come in sogno, quella sera d’inizio estate.

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