Tre Finali
martina Raggini
Dedicato a tre delle persone più importanti della mia vita.
Parte prima. Il rito.
G. non è mai arrivato in orario da quando lo conosco; voci di corridoio dicono non sia mai arrivato
in orario in tutta la sua vita.
Mentre mamme, nonne, amici, parenti di vario grado e provenienza si ammassano nella Sala
Grande del Tempio, del mio protetto nemmeno l’ombra.
La cerimonia è programmata per le tre; sono le tre e tre minuti.
Quando finalmente lo scorgo all’orizzonte lui avanza sballonzolante, nessun’urgenza nel corpo.
La sua noncuranza, il suo completo disinteresse per il rito mi frustrano.
Sembra completamente ignaro dell’ovvia importanza di questo giorno: oggi diventi un altro - devo
spiegargli - oggi, con questa cerimonia, la Sciamana eleverà il tuo spirito, ti metteranno in testa la
pianta sacra e tu sarai un uomo diverso. E invece te ne vai a zonzo come un tonto quando gli altri
iniziati stanno già oltrepassando la sacra soglia.
G., sempre in ritardo, sì, ma in compenso sempre attento, curioso, pensoso oggi è distratto, anzi
peggio, oggi è disinteressato.
Io sono stata incaricata dagli spiriti di assistere a questo viaggio verso l’oltre, sono la sua
assistente nel momento del transito.
Per prima cosa mi sono assicurata che tutte le formule magico-burocratiche venissero mandate al
Tempio nei tempi prestabiliti dal Magnifico Dio Rettore, perchè non è la prima volta che il mio
discepolo dimentica i suoi doveri con l’altissima gerarchia.
Ho preparato i doni propiziatori da porgli dopo il rito, così che i profani possano comprendere al
suo passaggio che si trovavano davanti a qualcuno che ha ricevuto il Supremo Sapere.
Infine ho predisposto il cattura-immagini per immortalare il passaggio di status, e il mio protetto
vìola così spavaldamente le regole di questa messa.
I sui compagni sfilano sulla linea invisibile, in mano le offerte cartacee e rilegate di pelli colorate
che hanno dovuto presentare agli Dei, e il loro passo è sicuro e solenne.
La Sciamana pronuncia per ognuno di loro la formula sacra, e fa venire la pelle d’oca: quando il
verbo esce dalle sue labbra pare di vedere un’energia librare dal suo corpo verso quello
dell’iniziato, un’onda d’urto di microparticelle magiche invade noi spettatori al di fuori del cerchio,
le famiglie dei neofiti si commuovono, i cerimonieri si congratulano, e, con una stretta delle mani,
ecco che l’energia si trasferisce, il giovane allievo, la giovane allieva, sono ora approdati all’altra
sponda, sono ora trasfigurati, brillano di una luce nuova, il loro rituale è concluso.
Io aspetto, impaziente, il turno del mio protetto. Anche lui aspetta, ma non ha la sicurezza degli
altri, non ha la loro impazienza. Aspetta, con una calma indegna di un giorno glorioso come
questo.
Lo guardo da fuori il cerchio, e quella soglia mi sembra così lontana: immagino quanto brillerà la
stanza dopo che lui sarà Nuovo.
Mi immagino di venire colpita di riflesso da quell’energia prodigiosa, inizio a pregustare la stretta
al cuore, la commozione che mi prenderà le viscere quando la formula farà il suo effetto, sento le
lacrime pronte, scalpitanti di sgorgare.
In quel momento lui sono io, e io sto per attraversare il confine dal quale non c’è ritorno.
Quando la Sciamana chiama il suo nome mi irrigidisco: è arrivata l’ora.
G. supera la linea; è un po’ goffo, è vero, ma come splende.
Quando entra nello spazio sacro il cuore salta un battito.
La Sciamana comincia a recitare l’incantesimo ma qualcosa non va come dovrebbe andare, lo
sento. Sono troppo agitata, penso, devo calmarmi.
La folla di profani quasi mi oscura la vista, lui è lontano, minuscolo.
Non faccio in tempo a ricomporre i miei nervi che la magia è già finita. Un urlo della nostra tribù si
alza e il rito è stato concluso.
Non capisco, ha già ricevuto la benedizione? L’avete vista, voi, la magia entrare in lui? Quando
ripercorre la soglia per venirci incontro tutta l’emozione e l’adrenalina sono scemate.
Mentre il nostro protetto si avvicina mi rendo conto che niente è diverso rispetto a prima, brilla
della stessa identica luce, la sua postura è ancora quella rilassata e disinteressata di quando il rito
stava per iniziare, lui è ancora lui, identico.Solo, le sue mani tremano un po’.
-
Osservo il suo patrigno mettergli in testa la corona d’alloro col fiocco giallo.
A Roma Tre è grande festa. Le ragazze indossano quasi tutte un completo bianco, i ragazzi quasi
tutti uno nero: sorridono, sono tutti meravigliosi, raggianti in questi travestimenti da adulti che li
farebbero sembrare ridicoli in qualsiasi altra circostanza.
G. invece è vestito di verde, lo stesso verde brillante dei suoi occhi, e ora che la parte tediosa è
terminata ed è tempo di festeggiare, con quegli occhi riesce a illuminare anche questa uggiosa
giornata di un Marzo grigio.
Conosco abbastanza bene il mio amico del cuore da non essere sorpresa della mancanza di una
reazione estatica e gioiosa a ciò che è appena successo; è di me che mi stupisco.
Io ho pensato a questo giorno per settimane, forse anche di più: ho organizzato incontri segreti
con suo fratello e i nostri amici per realizzare degli stupidissimi gadget - rigorosamente raffiguranti
lui nelle pose più scabrose e compromettenti - per metterlo in ridicolo, ho fatto in modo di
catturare ogni momento, ogni singolo passo, abbraccio e scaccolamento con la mia macchina
fotografica, ho imparato a memoria tutti i nomi dei suoi parenti, insomma, ci ho messo l’impegno
che lui non ci avrebbe mai messo, convinta forse, che anche se G. non l’avesse vissuto come il
giorno più emozionante della sua vita, io mi sarei potuta commuovere al posto suo.
Io, che l’ho visto impegnarsi e sacrificarsi durante questi anni, che l’ho ascoltato ripetere formule
e concetti a me astrusi, che l’ho rimproverato quando si dimenticava di prenotarsi agli esami e
quando rifiutava voti alti perchè non alti abbastanza per i suoi standard.
Eppure non una lacrima, non un torcimento di budella: questo è un giorno come tutti gli altri in
sua compagnia: bello, ma non diverso.
È quando più tardi la sera torno a casa, dopo aver bevuto e festeggiato, che capisco.
Ripenso ai suoi occhi e non vedo un Uomo Nuovo, ma il ragazzo il cui gioco preferito è sempre
stato immaginarsi tutti i sui futuri possibili, per quanto improbabili o utopici; rivedo il bambino che
non conosceva il senso d’urgenza del dover diventare qualcuno.
Capisco che quell’investitura non ha alcun significato, è una danza che di per sé sarebbe vuota,
cerimoniosa e priva di grazia, se non fosse per tutte le ore passate a scoprire se stesso
danzando, senza alcun interesse a fare giusti i passi di quel ballo.
Capisco che quando lo guardavo, e lui guardava altrove, stava addentrandosi in un aldilà la cui
vista mi è preclusa, perchè è suo, e perchè ancora non esiste.
Ed è proprio quando torno a casa, e mi tolgo la divisa elegante, e mi sdraio sul letto che sento la
commozione.
È lì che capisco che quella magia che sentivo, che la luce che emanava G. non era da attribuire a
nessuna formula o passaggio di stato, che non c’è soluzione di continuità tra il bambino, il
ragazzo, l’uomo e l’ancora indeterminato domani possibile.
Capisco che il rito è stato il processo, e non l’approdo.
La lacrima che era rimasta ingarbugliata prima, riesce a scendere.
In lei, c’è l’amore immenso che provo per lui che oggi non è diventato niente che non fosse già.
Parte seconda, La messa in scena.
S. ride, ride, e io non capisco bene perchè. È sempre stato così, sin da quando ci siamo
conosciuti. S. ha sempre riso per le cose più strane, e ha sempre riso di gusto, con la pancia, di
un riso sincero e viscerale, che molto spesso lasciava me e chi lo circondava interdetto e
confuso, ma che puntualmente finiva per contagiare tutti.
Da quando siamo amici, ed è passata quasi metà della nostra vita, è diventato però sempre più
difficile per gli altri strapparmi una risata, perchè il suo senso dell’umorismo ha plasmato il mio in
modo irreversibile, fino al punto che quasi solo in sua compagnia riesco veramente a sbellicarmi,
e nella maggior parte dei casi senza sapermi spiegare il perchè, e di cosa esattamente io stia
ridendo.
Oggi, seduto a questo bar, con la corona in testa e quattro shots di tequila davanti a sé, S. ride e
io con lui, anche se, come sempre, non capisco perchè.
È da tanto, in verità, che non lo vedevo divertirsi come oggi.Simone, come ogni Clown che sia davvero maestro di questo mestiere, spesso si disegna sulla
faccia una parentesi all’insù col cerone per nascondere una smorfia un po’ più cupa.
Negli ultimi anni nemmeno il cerone bastava più.
C’è stato un tempo in cui S. era il nostro Primo Attore, il Capo Comico della nostra
compagnia teatrale, perchè tutti, dai colleghi al pubblico ai critici, non potevano fare a meno di
concordare che fosse il migliore di tutti noi.
Il giorno che fu Caino, tremarono le mura del teatro, e ci fu in quello spazio nero un silenzio di
terrore assoluto, perchè per un momento tutti tememmo che quel ragazzo di quindici anni avesse
davvero ucciso Abele.
E la volta in cui raccontò alla platea incredula la storia del nano somalo che lo fece scendere, un
capodanno, giù per un tombino per festeggiare insieme a lui la fine del mondo, vi posso giurare
che per quanto assurda fosse, tutti gli credettero.
Gli bastavano poche parole, un’intonazione, l’alzare leggermente il sopracciglio, e gli occhi e le
orecchie di tutti erano per lui.
Il fatto più incredibile è che una volta sceso dal palco, veniva come raggiunto da una nube nera di
timidezza che non gli lasciava scampo, una balbuzie selettiva e crudele.
Ma in quei rari convivi in cui si faceva coraggio, in cui il Pagliaccio vinceva sull’adolescente
insicuro, in cui la nebbia si diradava e lo lasciava splendere, il Primo Attore diventava il Primo
Intrattenitore, e a quella mensa si rideva come non mai.
Io gli ho sempre ammirato, e invidiato, il dono di saper far ridere, e di saper ridere di sé e di tutto.
Per un periodo però, un vapore più nero e più denso del solito si è insinuato silenzioso in mezzo
alle risa, strozzandole fino a renderle quasi impercettibili.
Piano piano la fuliggine lo ha inghiottito per intero, e credo lui che abbia vagato, luce fioca in un
deserto di ombre, per un tempo che dovrà essergli sembrato infinito.
Io ero lontana, non potevo aiutarlo a scacciare via quella coltre densa.
Gocce calde scioglievano sempre più velocemente il cerone, e quando mi capitava di tornare a
casa da lui, davanti a me non c’era più il Pagliaccio, né Caino, né l’uomo che si era perso in un
tombino.
Così come la ragione della sua risata, anche quella della sua malinconia mi risultava
incomprensibile, inaccessibile, celata da strati e strati di trucco liquefatto impastato di polvere.
Ieri però, durante la cerimonia di proclamazione, quando la fotografa gli ha puntato la fotocamera
in faccia, è avvenuto un piccolo miracolo: S. si è trasfigurato di nuovo nel Pagliaccio.
É scoppiato a ridere, come gli accadeva un tempo, davanti all’intera aula magna dell’università di
Urbino. Eccolo, l’altro talento che gli sempre invidiato: non saper proprio prendere la vita sul
serio.
In quel momento una grassa risata si è levata anche dalla platea: il Pagliaccio era tornato a
illuminare la messa in scena, a far torcere le budella a tutto il suo pubblico.
Che cos’era in fondo, quel giorno se non un’altro giorno buono per regalarci uno spettacolo come
solo lui sa fare?
Da quel momento in poi S. non ha fatto che ridere, quasi come colpito da una rara forma di
tarantismo facciale: ha riso di quella cerimonia ridicolmente solenne, della corona d’alloro troppo
piccola per la sua testa, della maglietta con sopra la sua faccia che lo abbiamo costretto ad
indossare, delle battute idiote dei suoi amici, di sua madre che non smetteva più di
sbaciucchiarlo, dei suoi colleghi così seriosi e di sé stesso vestito da commercialista, di quella
performance che ha messo in piedi e del suo percorso all’università, dove poche ore sono state
passate sui libri, molte in teatro, il resto ai videogiochi, e di quella laurea in scienze delle
merendine ottenuta col minimo sforzo e il voto più alto della classe.
Ha riso persino della fitta nebbia nera di cui ad oggi sembrano rimanergli incastrati solo minuscoli
pulviscoli in orifizi inenarrabili, ma che non gli impedisce più la visuale.
Ride dell’abisso che ha di fronte, e di quello che gli sta alle spalle, ride oggi come rideva un
tempo, col viso impastato di cerone sciolto.
La sua risata rimbomba nel deserto, illuminandolo a giorno.
Oggi S., mio fratello, il mio migliore amico di sempre, ride, seduto a questo bar, con la corona in
testa e quattro shots di tequila davanti a sé, e io con lui, anche se non capisco perchè.E mi dico, forse non c’è mai stato bisogno di capirlo.
Parte terza. La chiamata.
- Pronto? Ciao! Come stai?
- Signorina Raggini, buonasera! Bene e tu?
Guardo spesso quelle fotografie, la più vecchia oramai ha quasi una decina d’anni.
Le scorro in metro, quando ho del tempo da perdere, d’altronde sono lì, nella mia galleria del
telefono, e poche cose al mondo mi sono familiari come quei volti, immortalati centinaia di volte
nel corso degli anni.
Il suo in particolare.
Non è poi così tanto cambiata: ha ancora gli stessi occhi grandi, e anche se il viso tondo si è fatto
leggermente più allungato, le è rimasto il sorriso di sempre.
C. è stata la mia migliore amica; la nostra una di quelle relazioni a tratti simbiotiche, in altri
momenti ambigue e sempre cariche di un’elettricità inarrestabile.
Durante l’acme dell’adolescenza, quando ogni emozione aveva la forza distruttiva di 10 Little Boy,
quando ogni minuscolo, ridicolo evento era vissuto col pathos di una tragedia greca, quando
sono stata più insopportabile, più fragile, più difficile da amare, C. era lì, a tenermi coi piedi
puntati per terra e lo sguardo rivolto verso il cielo.
Non è stata soltanto la mia migliore amica, ma anche la mia roccia.
- Da quanto è che non ti vedo? Quattro, cinque mesi?
- Da troppo, come al solito.
- Ma dimmi un po’, cosa fai di bello in quel di Bologna, adesso che sei libera?
- Bah, di bello non so, però ho trovato lavoro in un’osteria. Sai, è stato più difficile del previsto, ho
passato l’ultima settimana a portare in giro per ristoranti il mio curriculum.
Eravamo bambine, questa è la verità.
Io, spaventata da ogni suono e ogni ombra che vedevo - o credevo di vedere - intorno a me, e C.,
curiosa, avventurosa, piena di fascinazione per quegli stessi rumori e quelle stesse ombre.
Quelle fotografie che ci ritraggono in tagli di capelli discutibili e vestiti orrendi sono documenti di
memorie che si fanno sempre più farraginose, di sentimenti potentissimi dei quali non resta che
un’alone sbiadito. Sento i momenti che abbiamo condiviso perdersi delle trame del tempo, e se
chiudo gli occhi li vedo diventare sempre più polverosi.
Credo sia per questo che ritorno spesso a osservare quelle vecchie immagini, il mio è un tentativo
disperato di salvare i ricordi dalla minaccia dello spazio-tempo.
Di recente però mi è capitato di intravedere qualcosa che non ero mai riuscita a notare prima
d’ora, un oggetto che sbrilluccica, quasi impercettibile, in ognuna di quelle foto.
- Mamma mia, non ti invidio amica. Ma almeno sei riuscita a organizzare la festa di mercoledì? Io
sono carica eh!
- Si tranquilla, è tutto pronto, non vedo l’ora di riavervi qui tutte insieme!
- Anche io non vedo l’ora.
Come ha fatto un occhio attento come il mio a lasciarselo scappare per tutti questi anni?
Lì, tra le due bambine che sorridono alla fotocamera, un filo, sottilissimo e trasparente come la
tela di un ragno, è teso. Lo si può vedere solo socchiudendo gli occhi, sforzandosi di prestare
attenzione. Ma quando lo si nota, il suo luccichio diventa impossibile da ignorare.
Le noi del passato sembrano non accorgersene, e come potrebbero? Sono ancora insieme.
- Invece a Roma tutto bene?
- Si, si, come al solito ho sempre troppo da fare: domani devo provinare degli attori per un corto,
sabato sono stata ingaggiata a fare foto su un’altro set, domenica invece mi hanno inviata alla
sagra del carciofo di Ladispoli… Ah si, e poi dovrei iniziare a leggere i materiali per la tesi.
Tieniti pronta, che a settembre devi venire tu, alla mia laurea.
- Guarda, ti assicuro che sono io che non invidio te. Non sono mai stata così stressata come
quando ho dovuto scrivere quella maledetta tesi.
- E adesso che l’hai discussa come stai? Va meglio?-
Adesso? Sono tranquilla. Si, davvero tranquilla. Nei mesi scorsi è stato il panico. La scrittura
della tesi è stata la cosa più difficile che abbia mai fatto nella mia vita. Non perchè fosse
obiettivamente difficile, ma perchè non ho ancora imparato a non ridurmi all’ultimo, lo sai come
sono.
La discussione l’ho fatta ormai un mese fa, so già il voto, di fatto il mio percorso è finito, manca
solo che mi mettano la corona in testa.
Però è stata davvero una giornata emozionante. Non ci avrei mai creduto, ma i miei professori mi
hanno chiesto quale fosse stato il mio scrittore preferito. Quella è stata la prima volta in tre anni
che qualcuno mi ha chiesto la mia opinione su qualcosa.
La tesi gli è piaciuta credo, mi hanno fatto domande stimolanti, e poi c’era la mia famiglia, lì,
dentro quell’edificio universitario in cui non avevano mai messo piede; è stato così strano averli
tutti lì, con me, gli amici vecchi, quelli nuovi e insieme a loro i mie parenti.
È che quest’anno è stato molto complicato, mi è sembrato di vivere in un limbo, sentivo che stavo
andando verso la fine di qualcosa di grande, e poi in realtà non è la fine di un bel niente, però ti
vengono mille dubbi: Che cosa ne sarà dei mesi a venire? Riuscirò a scandire la mia vita? Che
cosa cazzo faccio dopo?
Ma in quel momento, quando mi sono ritrovata davanti ai miei professori, davanti a tutte le
persone a me più care, ho sentito che era giunto il momento di tirare le somme, ma non del mio
percorso accademico, ancora non sono convinta di aver veramente imparato qualcosa, e questo
per un po’ mi ha messo un’angoscia tremenda; in quel momento però ho deciso che non me ne
importava più, che il senso probabilmente è un’altro.
Lo sai, sono riuscita a scrivere i ringraziamenti solo ieri; ci avevo provato nei giorni precedenti ma
non riuscivo a smettere di piangere, quando mi ci mettevo.
Sì, perchè diciamoci la verità, ho imparato molto di più dalle persone che ho conosciuto, dalle
esperienze che ho fatto, che da tutti i libri che ho letto. Ecco, forse è questo il senso: prendere
baracca e burattini e uscire dalla provincia, essere per un po’ davvero soli in una città nuova e
sconosciuta, per poi trovare qualcun altro, solo quanto te, ed essere soli insieme, avere la
sensazione di stare toccando per la prima volta un po’ di mondo.
Ma ora sono tranquilla Marti, davvero, per la prima volta dopo tanto tempo sono veramente in
pace.
Io non lo so se c’è sempre stato, un filo che univa le due anime di quelle fotografie.
Ma adesso lo vedo, o forse è più corretto dire, lo percepisco.
Mentre le guardo, prendo consapevolezza che, anche se sono passati anni, anche se mi trovo
sulla costa opposta del paese, mi basta sfiorare leggermente quel filo teso, e ho la certezza che
l’anima all’altro capo sentirà la vibrazione, e viceversa.
Le bambine di quelle foto si sono fatte così tante volte la domanda che cosa ne sarà di noi?
Quando chiamo al telefono C, mi rendo conto che la risposta ancora non c’è.
Non c’è in lei adesso, come non c’era quando è stata scattata quella foto di noi due abbrustolite
dal sole dopo una giornata al mare, né in quella dell’ultimo diciottesimo prima della pandemia, né
in quelle del capodanno in cui ci hanno portate alla caserma dei carabinieri, né in nessuna quelle
scattate furtivamente sui banchi del liceo.
Ma C. è serena oggi, come lo era allora. I piedi sempre ben saldi a terra, lo sguardo rivolto ancora
verso il cielo.
Mentre chiudo la chiamata, sento qualcosa vibrare, quasi impercettibilmente, al centro del cuore.
Penso che forse alla sua festa di laurea dovei portare la macchina fotografica. Non si sa mai.
-
A Giacomo, luce di ogni giorno grigio.
A Simone, mio Fratello, Caino e Pagliaccio.
A Chiara, faro della mia adolescenza