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Bagno pisciato

Simone Silvestri

C’era una volta nella Valle Gioiosa, una piccola Paperotta che viveva con sua Mamma Papera e il suo fratello maggiore Paperotto. Un giorno Paperotta andò in un campo dopo che Mamma Papera le chiese di raccogliere un bel mazzo di fiori per festeggiare il compleanno di Paperotto e così fece: dentro un bellissimo tulle con un fiocco azzurro, Paperotta raccolse tulipani, margherite, rose rosse e bianche, orchidee e stelle alpine. Al suo ritorno a casa, Paperotta diede il suo regalo realizzato con tanto amore al fratello Paperotto che, ubriaco marcio, prese il mazzo e lo lanciò per terra, per poi calpestarlo e distruggerlo con le sue zampacce. “Che regalo del cazzo! Pensi che possa piacermi questa merda da froci?”, urlò Paperotto con tutta la forza che i polmoni riuscivano a dare alla sua voce. ”Sono solo le nove del mattino, almeno oggi potresti bere solo fuori casa?”, disse tremante Paperotta con un filo di voce. Così Paperotto lanciò addosso alla sorellina la bottiglia già vuota di vodka, fortunatamente mancandola. Spaventata e in lacrime, Paperotta corse in bagno, ma scivolò e cadde con un tonfo sul pavimento della stanza tutto pisciato dal fratello alterato. Paperotta si alzò sgiocciolante urina, prese il fucile automatico del vecchio Nonno Papero che la famiglia teneva come ricordo sul camino e uccise con una raffica di ventitré colpi il fratello Paperotto. Al ritorno di Mamma Papera dal mercato, Paperotta, in mimetica e anfibi, la accolse e le disse “Ha versato la goccia di piscio che ha fatto traboccare il vaso. Pisciare in piedi è l’emblema del loro potere su di noi, non lo permetteremo mai più. Non aspettarmi alzata mamma Papera, io e le altre partiamo a fare la rivoluzione”.

Passarono tanti mesi, così tanti che gli alberi persero e riacquisirono le foglie sui loro rami. Paperotta diventò la leader della lotta armata, guidando le sue compagne di Valle Gioiosa fino ai confini della capitale, in un percorso fatto di sangue, ali spennate, penne bruciate, rimpianto, orgoglio, morte e sogno di una vita migliore. Nel cuore della notte che la separava dall’assalto finale al palazzo di stato, Paperotta prese le ceneri della sua seconda in comando, uccisa solo tre giorni prima e le sparse con l’ala su tutta la faccia e il becco. “Non lascerò che tu non possa accompagnarmi fino alla fine, non lascerò che il tuo dolore venga disperso nell’oceano senza fondo. Sarai sempre qui con me. Sarai diamante che brilla nel buio la cui luce ci guiderà anche nella morte”, disse fra sé e sé. Il giorno dopo, quando il sole era al suo massimo nello splendente cielo di Valle Gioiosa, il presidente giaceva morto nel suo sangue con le tempie attraversate da un foro di proiettile sparato proprio da Paperotta.
Passarono tante settimane, ma troppe poche per lasciare che le giornate iniziassero a diventare troppo corte. Calmati i dissidenti, Paperotta mantenne la struttura democratica di Valle Gioiosa, con un nuovo presidente eletto a suffragio universale, ma impose un nuovo articolo nella rinnovata costituzione: divieto assoluto di fare pipì in piedi, pena l’arresto e la revoca dei diritti civili e politici. Svuotata dei suoi obiettivi, Paperotta ricostruì la vecchia casa dell’ormai defunta mamma Papera e vi ci si trasferì, in cerca di pace e solitudine. La vita aveva ripreso ad apparire normale, lontana sembrava la violenza inflitta e sofferta da Paperotta e da tutte le altre papere da lei guidate. Decise di dimenticare la miccia che diede inizio alla sua sete di rivendicazione, il fantasma di Paperotto che infestava ancora la piccola casa nella valle.
Una notte, il calore dell’estate svegliò Paperotta. Con il bisogno di rinfrescarsi, andò spedita verso il bagno, ma scivolò su un liquido e cadde stesa sul pavimento. Non poteva crederci. Si destò dal suolo ricoperta di piscio. Tutto il pavimento era coperto di piscio. Paperotta si alzò di scatto, sbattendo le spalle al muro nel buio della stanza senza alcuna luce accesa. L’olezzo dell’urina penetrava il suo becco, l’odore era insopportabile e non le permetteva di ragionare. Iniziò a strapparsi le penne intrise di piscio, fino a rimanere completamente fragile nella sua pelle nuda. La forza abbandonò le sue zampe e cadde in ginocchio in quell’orribile pozza. Il suo pianto non si fermò nemmeno con il passare di dozzine di ore. Il ciclo della violenza aveva compiuto il suo scherzo più meschino e sinistro.

 

“Buongiorno Simone,

 

sono contenta che tu abbia deciso di condividere i tuoi pensieri come ti avevo chiesto fin dalle prime sedute. Ne discuteremo sicuramente al prossimo colloquio, ma senza dubbio pare che anche in sogno tu stia cercando di processare quel problema con le minzioni notturne involontarie di cui abbiamo parlato nell’appuntamento di settimana scorsa. Colgo l’occasione per chiederti se hai bisogno delle coordinate per il pagamento degli ultimi due appuntamenti.

 

Saluti,

Dott.ssa Psicologa Giulia Bertozzi”

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