Programma sperimentale di umiliazione maschile: non ci resta che l'autocoscienza
Giorgia Bondi
E’ giovedì sera, la sessione di D&D settimanale è stata straordinariamente rimpiazzata. Al bar meno frequentato della città, quello nella via traversa a quella via più grande dove comunque non passa nessuno, si trovano S., A., M. e F.
Dobbiamo parlare, ma nessuno ha il coraggio di iniziare, tutti inconsapevolmente con la stessa esperienza: sono stati umiliati da una stronza.
— Hai presente quando in Una battaglia dopo l'altra, sul finire del film il personaggio di Sean Penn dice di aver subito uno stupro al contrario? È geniale non trovi?
S. non ha presente, il parlare solo per citazione filmiche di M. gli scoccia pure parecchio, ma ha l'impressione di capire perfettamente cosa voglia dire il suo amico. Lascia da parte il criticismo, annuisce e basta.
Poi di nuovo silenzio. Questa volta nemmeno F. riesce ad essere il solito coglione e, con un'aria da cani bastonati, tutti aspettano a muso lungo che qualcuno si faccia avanti.
— Merda raga, pare che c'hanno fermato con l'erba appresso e ci stiano indagando per spaccio.
Non una reazione, gli angoli della bocca rigidamente lì, dove stavano pure prima, forse però F. non ha perso il suo smalto.
— Sabato sono stato ad una festa e ho conosciuto una tipa.
A rompere il silenzio, con non poca fatica, è A.
— All'inizio tutto bene, sembrava anche volesse provarci, poi però si è messa a dire che io, a contrario suo, non potevo certamente capire i problemi degli uomini con il cazzo grande. Non sapevo che dire...insomma ma che significa? Ma che ne sa lei? Continuava ad argomentare facendo battute del cazzo, mi ha anche chiesto se per caso avessi un suv...cosa c'entra poi non lo so.
-
Ma t’ha detto proprio così? Sei sicuro? Non è che eri ubriaco e hai capito male?
— Ubriaco ero ubriaco, ma una cosa così non puoi mica immaginartela.
— Boh, sarà, se lo dici tu…
— A dire il vero è successo anche a me, è per questo che vi ho chiesto di venire qui stasera.
Si fa avanti S. con una faccia che s’abbina bene a quella di A. quanto male a quella degli altri.
— L'altro giorno, questa con cui mi alternavo al leg press aumenta di cinque il peso rispetto al mio, mi guarda negli occhi, sfidante e mi fa Bro scusa ma te lo devo proprio dire: c'hai le gambe da pollo.
F. ridacchia, ma le occhiatacce degli altri gli fanno capire che non era il caso, qua si fa sul serio.
— Io venerdì scorso ho visto questo film ungherese di sette ore e mezza, la fila al bagno degli uomini era decisamente più lunga che quella al bagno delle donne, ma qua vabbè. Sul finire del film c'era questo momento metanarrativo dove due che non si capisce se sono sbirri o sceneggiatori fanno: Che ne dice se al posto di donna moralmente immatura che proietta le proprie mancanze in un'esibizione della femminilità scrivo dannata puttana? Me la sono dovuta ripetere in testa fino alla fine del film per non dimenticarla, geniale.
-
Mi hai rotto il cazzo con questo citazionismo filmico, ce la fai a dire una cosa normale dio santo.
— Quello che voglio dire è che è successo pure a me: stavamo facendo sesso, io stavo sotto e anziché guardarle le tette ammetto che stavo guardando il poster sul soffitto con la locandina di Old boy, comunque lei se ne accorge e si piglia male, smette, si alza in piedi sul letto, stacca il poster e me lo butta addosso, mi manda a cagare e se ne va.
-
Tu però un po' te lo sei meritato.
— Ma che dici, capita di distrarsi e poi guarda che quel poster è originale del restauro in 4k e questa me l'ha pure un rovinato.
— Vecchio ridimensionati, quello che è successo a me è molto peggio,
— Quindi anche tu? Io, S., M. e pure tu?
—In pratica ho conosciuto sta tipa a una serata, forse non mi sono comportato proprio bene con lei lo ammetto…non ho idea di come abbia fatto ma mi ha trovato su Telegram e mi ha segnalato in tutti i gruppi dove si vende come uno della narcotici, dicendo di bloccarmi se contattavo, dio bo’ vi giuro che sono due settimane che non riesco a comprare.
Una coincidenza del cazzo, ecco cos’era e ciascuno di loro c’era dentro, impantanato fin sopra i capelli.
— Oh un attimo, cerchiamo almeno di capire chi sono ste qua, provate a descrivermele.
— Io direi che parte M. che la sua l'ha vista nuda— dice F. trattenendo a stento un sorriso.
—E’ una tipa che ho incontrato a lezione, all'inizio mi sembrava normale, molto carina pure.
— Sì ok, ma carina come?
— Ma boh una tipa normale, capelli rossi lunghi, occhi marroni, col piercing al naso, sarà stata alta tipo uno e sessantacinque credo, abbastanza magra, belle tette.
— Se erano così belle perché ti sei distratto?
Una risata collettiva riecheggia nel bar vuoto, la prima da quando hanno messo piede lì dentro. Poi però si placa.
— Ma che senso c’ha stare qui a descriverci per filo e per segno ste tipe, quello che c’hanno fatto non cambia.
— F. tu forse non hai capito, non possiamo restare così, dobbiamo fare qualcosa.
— Sì, ma che vorresti fare con gli identikit di queste? Vuoi andare alla polizia? Ti sembra credibile questa storia? Pensi che ci ascolteranno??
Ripiomba il silenzio, ciascuno con gli occhi nel suo bicchiere a cercare chissà cosa.
— Non c’è niente da fare, siamo del tutto impotenti.
Lo stesso pensiero che da tutta la sera riecheggia nelle teste di ciascuno, al punto che nessuno è del tutto sicuro di chi sia stato a pronunciarlo.
— Questa situazione è assurda, non è normale che le donne se ne possano andare in giro indisturbate a fare cose del genere.
— Ma poi chissà con quanti altri uomini avranno fatto la stessa cosa, chissà quante saranno.
— Sembra che si appostino nei nostri luoghi apposta per importunarci.
— Qualcosa però lo dobbiamo fare, se non possiamo ricorrere alla legge allora troveremo il modo di farci giustizia da soli.
Il solo pensiero li illuminò di una nuova luce: la speranza di poter fare qualcosa, qualcosa oltre che subire, una speranza che era loro mancata negli ultimi sei giorni, faceva di nuovo capolino.
— Esattamente come nella trilogia della vendetta — sogghigna M.
— A. a cosa stavi pensando?
…
Da quel giorno, nella città di K., i muri dei palazzi, gli spazi pubblicitari, le bacheche di sughero si sono riempite di manifesti, alcuni enormi, leggibili a metri e metri di distanza, altri piccoli quanto un biglietto da visita, appiccicati sui pali dei semafori pedonali e nei cessi dell’università:
DANNATE PUTTANE si aggirano per la città alla ricerca di uomini da umiliare, sono ovunque e sono malintenzionate, faranno di tutto per raggirarvi, non abbassate mai la guardia. Se avete subito un’aggressione, se siete stati importunati e vi volete confrontare in uno spazio sicuro con altri uomini, vi aspettiamo ogni giovedì al bar P., non siete soli, uniti possiamo superarle.
Da quel giorno, ogni giovedì, nel bar P., quello nella via traversa a quella via più grande dove una volta non passava nessuno, insieme a S., A., M. ed F. si riuniscono tanti altri uomini, tutti con una storia simile, nel tentativo comune—attraverso la rabbia collettiva— di esorcizzare la vergogna attaccatagli addosso da una manica di povere troie.
Da quel giorno, ogni giorno, le suddette e tante altre donne passano davanti a decine di quei fogli, dappertutto nella città di K., ridono come matte al pensiero che delle dannate puttane facciano loro così paura.