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Cammina con i piedi dritti

Pamela Fontana

A otto anni io e mio fratello trascorrevamo le mattine d’estate dai nonni. In quanto fratello maggiore sceglievo io i giochi da portare, quindi riempivamo quanto più possibile i nostri zaini di giochi che non avremmo nemmeno toccato, perché quando eravamo là finivamo sempre per andare dietro ai nonni o metterci davanti alla TV.

Arrivavamo sempre alla mattina presto e trovavamo mia nonna a prepararci un dolce, che sarebbe stato pronto per la merenda o per il giorno dopo. Molte volte c’era anche mia cugina, che aveva la mia età e stava lì d’estate pure lei. Il dolce di solito era di mele, allora si mettevano loro due a sbucciarne una montagna e a tagliarle a fette sottili sottili, che diventavano marroni se nessuno ci metteva il limone.

Mio nonno invece lo trovavamo seduto sulla sedia, finchè finiva di vedere il primo dei cinque TG della giornata, a mescolare il caffè che la nonna aveva già zuccherato e anche mescolato. Mia nonna gli diceva sempre che a furia di mescolare prima o poi sarebbe rimasto senza tazzina e senza cucchiaino. Glielo diceva tutti i giorni e mio nonno tutti i giorni rideva, con un sorrisetto beffardo e strafottente sotto ai baffi bianchi. Quindi beveva il caffè finalmente tiepido e usciva a dare da mangiare alle galline.

Quando mia nonna e mia cugina avevano finito con le mele, portavamo le bucce ai conigli. Poi prendevamo un secchio a testa e seguivamo mio nonno nell’orto, a vedere cosa si poteva raccogliere. D’estate lui stava sempre a petto nudo e la sua pelle ormai anche d’inverno manteneva lo stesso colore della terra del suo orto, marrone bruciato. Ci mostrava i pomodori e faceva commenti sul disastro che erano le cimici, che si attaccavano alle piante e le facevano marcire. Poi si lamentava perché non pioveva da un po’, allora lì per lì ci chiedeva se era il caso innaffiare un po’ l’orto e aspettava una risposta, che poi, non sentendola arrivare, si dava da solo: «Dopo stiamo attenti al meteo e vediamo», e lo diceva come se non avesse avuto l’abitudine di ascoltare le previsioni del tempo tutti i giorni dopo il TG, zittendo la nonna con un shh se osava fiatare.

Se venivamo punti troppo dalle zanzare tornavamo in casa e la nonna ci lasciava guardare i cartoni finchè non suonavano le campane, quando il nonno sarebbe tornato dal campo per ascoltare il TG di mezzogiorno. Poi, mentre mia nonna lavava i piatti, mio nonno abbassava le serrande della cucina, “per tenere più fresco” diceva, si buttava sul divano con uno stuzzicadenti in bocca e un sorriso beato, e teneva la TV accesa, che ascoltava con gli occhi chiusi. Allora ce ne andavamo a giocare di sopra, a volte facendo la lotta sul vecchio lettone dello zio, finchè la mamma non veniva a prenderci.

 

A otto anni passavo l’estate dai nonni e molto spesso dovevo accompagnare mia nonna a trovare zia Maria. Facevamo una cosa tra donne, diceva, ma ci andavamo quando mio nonno invitava troppe persone in cucina a cui lei doveva fare il caffè e offrire i biscotti. Tra casa di zia Maria e casa dei nonni c’era una sola strada, quella davanti alla scuola, e un parco giochi pieno di zanzare, su cui si affacciavano le villette di alcuni ricchi di quartiere. Tutti imprenditori edili, con i propri cartelloni pubblicitari attaccati alle ringhiere dei balconi, come se i bambini che giocavano a calcio in quel campo pieno di buche fossero lì lì per metter su famiglia e aprire un mutuo.

Ma per arrivare a casa di zia Maria facevamo un giro più largo, lungo i campi arati, in quel momento di un marrone vivo e pronti per la semina. Era estate inoltrata e da zia Maria ci andavamo nel tardo pomeriggio, quando il caldo era appena un po’ meno intenso e ci se lo sentiva arrivare più dall’asfalto che dal sole.

D’estate sentivo di portarmi addosso un corpo più pesante rispetto all’inverno, per quanto il corpo di una bambina di otto anni potesse essere pesante. Era significativamente più in mostra, per via dei pantaloncini corti, ma non troppo, e delle magliette di cotone leggero, il più leggero possibile, ma che non fossero troppo trasparenti. Dai nonni mica potevo stare in mutande come a casa mia e la mamma mi faceva lo zaino dicendo “questo dai nonni sì, questo dai nonni no”, scartando quello che poi potevo mettere solo al mare. Le scarpe erano quelle smesse di mio fratello, ché tanto poco importava che fossero da maschio. L’importante era essere più coperta di un maschio. A volte dai nonni venivano pure i miei cugini, che stavano tutto il giorno con pantaloncini più corti dei miei e a petto nudo, come il nonno quando scendeva giù nell’orto a raccogliere i fichi.

Camminavamo fianco a fianco, io e la nonna, lei un po’ traballante e io cercando di sprecare meno energie possibili, per risparmiare in sudore. La luce a quell’ora del giorno era così tanta che pareva tutto in alta definizione, pure i suoni (le macchine al di là del parco giochi e le televisioni accese nelle case con le finestre aperte, almeno una sintonizzata su qualche quiz televisivo dalla sigla assordante) e gli odori (dell'asfalto, del campo arato, delle cucine dove si iniziava a preparare la cena).

«Cammina tenendo i piedi dritti», mi ha detto una volta, «è così che camminano le signorine». Tenere i piedi paralleli mentre camminavo diventava un gioco divertente, come cercare di stare in equilibrio sul cordolo del marciapiede senza cadere, o come correre su un pavimento senza calpestare le linee delle piastrelle. Volevo fare lo stesso gioco con i miei cugini, ma non sono mai riusciti a impararlo, o forse nessuno ha mai detto loro di doverlo fare. Poi arrivavamo da zia Maria, che mi ripeteva che bella signorina stessi diventando, mi offriva la ciotola delle caramelle e si metteva con la nonna a parlare degli ultimi morti del paese.

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