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Il mio dolore è luminoso

Martina Raggini

A Mati.

Grazia del mondo.

Sono alcune notti che sono costretta dall’insonnia a pensare. Incolpo l’assenza del buio.

Non serve a nulla chiudere gli scuri e tirare le tende, la notte, nella mia stanza, non cala mai.

Riesco sempre a distinguere tutte le sagome, il mobilio, le lampade, i quadri alle pareti.

Non c’è giorno in cui io possa donarmi per intero al buio: chiudere gli occhi non basta, i raggi

sottilissimi di luna scorticano comunque le palpebre.

Io so sempre dove sono.

Distinguo i colori dei miei vestiti sparsi sul letto e sulla sedia, i libri poggiati sul tavolo - anche oggi

non ho fatto quanto avrei voluto, anche oggi non sono riuscita a capire che cos’è che mi sta

succedendo.

Morfeo aberra la luce, rifiuta il mio invito, mi lascia lì, in balìa di quei pensieri che come mosche

ronzano attraversandomi il cervello da parte a parte.

Ogni notte, più si fa tardi, più ogni battito del mio cuore risuona come il rintocco di un enorme

orologio a pendolo in una cattedrale; scandisce le ore, crudele, regolare.

Sono ossessionata da questa sensazione di star perdendo tempo.

Mancano pochi mesi alla fine, e tutto va secondo i piani, eccetto che, per la prima volta nella mia

vita, io, che ho sempre avuto tutto chiaro, io, che ho sempre camminato ostinatamente verso ciò

che volevo, non so.

Niente.

O meglio, tutto ciò che credevo di sapere sembra contraddirsi. Ogni convinzione vacilla sotto il

peso di non si sa bene quale ricalibrazione del mio io che sta avvenendo.

Chi sono? è una domanda - tra le altre - a cui non rispondo, perchè non lo so, perchè se me la

chiedessi rischierei di non riconoscere più il mio riflesso nello specchio.

Non appena mi addormento, è già mattina, ma anche oggi devo sforzarmi di aprire gli occhi e

buttarmi fuori dal letto, perchè ho troppe cose da fare. I miei amici stanno per passare a

prendermi.La casa di E. è fuori dal grande raccordo, in un posto che assomiglia alla provincia dalla quale

tutti noi veniamo: pianeggiante, verde, silenziosa.

Oggi splende il sole e un calore inusuale per questo periodo dell’anno si irradia dall’asfalto.

Quando arriviamo è già tarda mattinata, e la cosa non mi fa stare tranquilla; penso al tempo,

tempo che ieri avrei potuto usare meglio, tempo che oggi già sto perdendo.

Ci sistemiamo sul grande tavolo di metallo in terrazza.

Dovremmo studiare, ma - come sempre, d’altronde - finiamo per distrarci e chiacchierare.

Lo sguardo mi cade su L. che non vedevo da diverso tempo; qualche mese fa è tornato nel suo

angolo di provincia, su, dove non ci sono colli, ma in compenso c’è sempre una gran nebbia,

perchè qualcosa lo turbava; forse il caos, forse le grandi distanze che non si possono percorrere

in bicicletta, probabilmente qualcosa che poco aveva a che fare con la città eterna. Nell’ultimo

periodo prima di scappare aveva gli occhi sempre gonfi di stanchezza, non usciva molto, a

lezione era una rarità vederlo.

Oggi, però, sembra allegro, o quantomeno sereno.

Sistemo la giacca nella stanza di E. che è esattamente come l’aveva descritta: i ritagli alle pareti e

i vinili sulla scaffalatura mi bisbigliano del tempo della sua vita prima che i nostri cammini si

incrociassero.

I miei occhi indugiano sulle fotografie di persone che non ho mai visto e non conoscerò mai, su

calligrafie di ignoti, biglietti di concerti, scontrini di paesi lontani, Polaroid sbiadite.

Tempo trascorso, penso. Passato vivo, che respira.

Lei è di fianco a me tanto quanto è frammentata su questa parete.

Guardandola o guardando il suo corpo espanso e frantumato, la re-incontro per la prima volta.

Mi coglie una strana (affatto inusuale di questi tempi) malinconia.

Ognuno di noi sta preparando un esame diverso, c’è poco spazio per il confronto, ci ritroviamo

solo per farci compagnia, per condividere e redistribuire un po’ della nostra personale

disperazione.

C. chiede a I. di fargli delle domande sul suo esame imminente; I. che si è appena svegliata dal

pisolino pomeridiano obbligatorio ed è ancora un po’ confusa, accetta sommessamente, anche

se non ha idea di cosa si stia parlando.

E. è evidentemente disturbata dal baccano, ma non è nel suo carattere lamentarsi, ogni tanto li

guarda, in un misto di esasperazione e tenerezza, con i suoi occhi grandi.

L. procrastina seduto sul divano, ascolta la sua musica, è silenzioso.

Una concatenazione di eventi che cominciano con un piatto di trofie salsiccia e broccoletti, ma

che non so più ricostruire, ci porta a chiederci l’un l’altro cosa abbiamo intenzione di fare, dopo.

Dopo? Dopo quando?

Dopo nella vita.

Già, perchè quelli che ci aspettano sono gli ultimi mesi della nostra triennale.

Nessuno risponde. Il mutismo che cala è carico di elettricità. Ad un tratto siamo sull’attenti, tutti

speriamo che uno degli altri abbia la risposta che accenderà improvvisamente la luce sul nostro

destino, ma non succede. Visto l’imbarazzo generale decidiamo di metterci sotto con un lavoro di

ricerca collettivo, sperando che il nostro futuro ci si palesi davanti agli occhi.

Spulciando tra i siti di tutte le università d’Italia e d’Europa, dalle nostre bocche iniziano a

fuoriuscire i percorsi più improbabili.

Uno di noi ha trovato un’ottima interfacoltà che collega tutti i suoi interessi, Cinema, Gender

Studies, Astrologia e Studi sull’occulto, che si tiene alla - tutto sommato - prestigiosa Università

di Poggibonsi; un’altra rinuncia alla ricerca, e decide di volersi prendere un anno sabbatico e

lavorare nonglienefrega dove per raccogliere i soldi necessari per trasferirsi a Berlino; uno

propone che forse sarebbe il caso di ricominciare con una nuova triennale tutta da capo, o magari

un master iperspecifico a Reykjavik, ma poi realizza che l’Islanda è troppo costosa e che i suoi

genitori gli stanno già pagando vitto e alloggio nella Capitale da tre anni, e accantona l’idea; uno

confessa che l’università forse non avrebbe mai voluto farla, ma che cos’altro al mondo mai

avrebbe potuto fare? L’accademia teatrale che tanto aveva sognato e in cui lo avevano persino

preso?

E che cosa ci avrebbe fatto poi, con quel diploma? Alla meglio, gli ricordava suo padre, avrebbe

potuto fare il bidello.La testa inizia a farmi male, sono stanca, mi viene quasi da piangere.

Il sole sta tramontando, il morale nel frattempo ha raggiunto i minimi storici.

Devo sforzarmi di trattenere un’improvvisa voglia di chiudere i libri, prendere su le mie cose e

correre dove nessuno può trovarmi.

Intanto C. si sta arrabbiando con I. perchè insiste col dirgli che è preparato per l’esame di lunedì,

quando chiaramente non lo è.

L. guarda la scena con un sorriso sornione, ma è tornato distante.

E. ha rinunciato allo studio ed è andata a prepararsi, forse non ci sopporta più.

É ormai ora di cena, e fuori è il crepuscolo.

Ci fermiamo in un posto semi-invisibile all’angolo di una strada per bere e mangiare qualcosa, ma

tra di noi iniziamo a screziarci per ogni piccolezza.

La stanchezza sta avendo il sopravvento, la stanchezza e, temo, quella sensazione che ci

accomuna tutti, di essere irrimediabilmente persi.

Decidiamo visto lo stato del morale collettivo, che è il omento di rimettersi in viaggio, stavolta

verso casa.

Le strade della periferia ovest - vasi sanguigni di questo enorme e incasinato organismo cittadino

- corrono tutte intorno attraverso i finestrini, cullano i nostri corpi e le nostre menti.

La macchina sfreccia su vie senza nome, piene di cartelli apparentemente contraddittori e di

svolte infinite, di macchine che non rispettano le corsie, di rotonde tanto grandi da aver bisogno

di semafori.

Ma la strada è sgombra - è notte ormai, e siamo i soli, o quasi, in circolo in queste vene.

I nostri fiati caldi, rimbalzando contro vetri freddi, hanno creato condensa.

Del fuori si vede poco, niente, ma E. guida senza paura: questo asfalto è casa sua.

Qualcuno, forse ispirato dalla calma ritrovata, dal vapore dei nostri respiri, rincuorato dall’insolita

rapidità con cui ci muoviamo, ha la brillante idea di mettere quella canzone.

Il gelo di questo inverno che sembra non voler finire mai, adesso non ci spaventa più.

Corri macchinina, corri!

Alla faccia di quella maledetta primavera. Che razza di fretta c’è?

Canto a squarciagola perchè non c’è altro da fare, non c’è niente dopo, questo ha tutta l’aria di

essere l’ultimo viaggio prima della fine del mondo, verso la fine del mondo.

Sale una voglia matta di stringersi forte e di cantare queste vecchie canzoni, non sapendo dove

comincia la mia voce e finisce quella dei miei compagni.

In cinque in una Nissan Micra si sta stretti, ma forse non stretti abbastanza.

La vedono anche gli altri questa luce che mi esce dal petto?

Il mio…

Mi assordano con le loro voci stonate, ma cosa importa? Al finestrino stelle verdi e rosse, gialle e

bianche si allargano e sgocciolano attraverso i finestrini tutto intorno, sembrano esplodere e

mescolarsi con questa fiamma calda, liquida, che mi sgorga da ogni poro, bagna ogni superficie

di una luce densa, vischiosa.

Il mio dolore…

Che ne è stato dell’insopportabile peso dei secoli e di quel buio deserto senza confini che

vedevamo dinnanzi?

Le tenebre qui, ora, non possono raggiungerci, resterebbero invischiate in questa brillante,

appiccicosa sostanza d’amore.

E adesso in questa macchina afosa e affollata si canta, e per un tempo che si dilata da un istante

all’eterno, viaggiamo per le strade di Roma a portare la Grazia: cinque stronzi poveri in canna e

senza speranza urlano un Minuetto e ogni parola prende forma nell’iperspazio.

Da quelle voci nascono pianeti, ma che dico pianeti, intere galassie di stelle brillanti, di soli caldi

come la melma dorata che oramai ci sommerge dalla testa ai piedi.

Il mio dolore è…Davanti a noi - diventa chiaro all’improvviso - c’è tutto ciò che ancora può essere.

L’Aleph intero e un granello di sabbia hanno la stessa importanza, noi cinque stronzi siamo ogni

stronzo mai esistito, e questa testa che pulsa, in realtà, è il cuore di ogni disgraziato, e queste

mani screpolate sono le placche tettoniche che hanno formato i continenti, e questo culo

poggiato sul sedile è la schiena di Atlante che regge il globo terraqueo e io, io sono unica,

tremendamente sola nell’universo, ma almeno tu nell’universo, almeno noi nell’universo…

Il mio dolore è luminoso.

Buonanotte amici.

Sono la prima ad arrivare a casa. Apro la porta, getto le chiavi sul divano, le scarpe e i calzini per

terra, mi metto le cuffie, apro un video qualsiasi su YouTube, mi strucco, mi lavo i denti mi metto a

letto.

Morfeo sorride.

Aspetta un attimo, gli dico, stanotte non ho fretta.

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