Sapore
La fase orale della conoscenza
Diego Canali
La parola sapore è legata al sapere come la mela è legata all’albero: un sapere che nasce da un sapore, un sapore che proviene da un sapere.
Così anche in latino, dove la parola sapor, -ris, derivata dal verbo sapio, -is, -ĕre, indica primariamente l’aver sapore, il sapere di, ma anche l’avere odore; indica poi l’avere intelligenza, giudizio, senno, e dunque l’esser saggio, assennato.
Anche il greco antico conosce questa radice che, seppur lontana dal campo semantico del gusto, anche in questa lingua è legata al sapere e la si riconosce in parole come l’aggettivo σοφός (sophòs), che indica chi è valente, perito, esperto in qualcosa e dunque, con un ulteriore passo verso l’astrazione, saggio, assennato, sapiente; o come il suo derivato astratto σοφία (sophìa), che indicain primis un’abilità pratica, legata al saper fare bene un’arte, ma anche il buonsenso, il discernimento che guida nelle scelte, e dunque la saggezza o sapienza in senso astratto. Andando a ritroso, comparando le vesti formali che queste parole assumono nelle lingue classiche prima e nell’italiano poi, pare di poter risalire ad un’antesignano comune, una radice indoeuropea *sap-, anche lei, pare, col doppio senso di aver sapore e senno.
Il dizionario etimologico italiano online riporta una suggestiva immagine del percorso etimologico del sapore, attribuita ad un certo Manno:
“Questo vocabolo dalla bocca salì al naso; quindi l’odore corporeo passò a significare odore incorporeo; e con un’altra corta salita si trovò alloggiato nella reggia del cervello ad esprimere tutto ciò che si apprende colla mente. Ma il sapere partito dalla lingua dee alla lingua tornare; e chi non può esprimere bene quello che sa, è quasi come non sapesse”.
Aver sapore, avere odore, avere conoscenza empirica (nel senso etimologico di empeirein, l’esperienza), avere anche quella astratta.
Sento. (Ri-)conosco. So.
Immagino il cammino dell’evoluzione umana, ed immagino di essere come un homo sapiens o meglio un bambino nella fase orale, che per conoscere annusa e assaggia. E immagino la mia lingua come primo portale epistemologico: assaggio, conosco, evolvo. Faccio esperienza diretta di ciò che mi circonda, ed accostandolo alla bocca, lo assumo dentro di me, accetto di diventare un tutt’uno con esso, e lo mangio. Cum-unione. Ne faccio esperienza immediata. Penso a tutti quei primi sapori che ho imparato a riconoscere, a tutti quei primi odori a cui posso collegare un colore, un luogo, un nome, riconosciuti per la prima volta e di lì mai più scordati, e che dunque ora so.
Sentire il sapore di qualcosa, o qualcuno, significa fare esperienza diretta della sua essenza. Allarme, arma a doppio taglio: accostare alla bocca o sapere è mettere in comunicazione senza filtri, è vettore di contatto diretto, ma è pur vero che la conoscenza avviene solamente in una fase successiva, solo scoprendo cosa accade dopo aver permesso questo contatto diretto tra la bocca ed un corpo esterno. L’esperienza si fa conoscenza soltanto una volta esperita.
C’è un rischio nel cercare di scoprire con la bocca se qualcosa avvelena o nutre, ma rischioso o meno, solo dopo aver fatto questo passo, concreto o metaforico, folle o calcolato, gagliardo o incosciente, leggero o tremolante, solo allora si è in grado di conoscere il
nome di tale esperienza e di dirne il sapore.