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Disparità di genere: il 50% del potenziale umano è rimasto nella preistoria

Belfio

C’era una volta…parità di genere

Le prime domande che mi sono posto di fronte al tema di questo numero sono state: quanto lontano va nel tempo la disparità di genere? Come ci comportavamo prima che questo concetto subentrasse nella storia del genere umano? Qual’era il rapporto tra uomo e donna nella preistoria?Quali erano i loro ruoli e come si verificano? Oggi ragioniamo insieme su questi quesiti col tentativo di ampliare la nostra consapevolezza e conoscenza sul tema.

Non facciamo neanche in tempo ad addentrarci nel tema che emergono le prime discordanze ( di genere).

Le discipline archeologiche, antropologiche ed evoluzioniste — da cui derivano le principali fonti per comprendere la vita preistorica — nacquero nel corso dell’Ottocento, periodo storico profondamente impregnato di un’ideologia patriarcale, fondata sull’idea di una naturale gerarchia tra gli esseri umani in base alla razza e al genere. Ancor prima di poter comprendere le abitudini e i ruoli della coppia preistorica,quindi, bisogna sgomitare tra teorie e trattati prettamente androcentrici (l’uomo al centro), addentrarsi in una ricostruzione già di per sé parziale,, e dunque falsata.

Ad oggi, già da piccoli, sappiamo distinguere con chiarezza “cosa è da maschio e cosa è da femmina”,quali attività, quali lavori, sono chiarimenti più adatti all’uno o all’altra. Aderire all’ordine ideologico ( non naturale ) sedimentato nei secoli è un processo ormai naturale e immediato, intrinseco dei primi anni di vita di un bambino. A proposito di questo, riflettevo che, istintivamente, si potrebbe supporre che questa distinzione è legata ai ruoli che svolgevano in epoca primitiva. L’uomo che caccia e applica il suo potenziale in attività più aggressive e muscolari mentre le donne si curano della cura della prole e  della raccolta. Ecco, io stesso, non mi rendevo conto di essere già caduto nella trappola dell’androcentrismo, e stavo presupponendo che le donne non fossero cacciatrici e che gli uomini non si occupassero dei figli.

Le fonti più accurate, però, riportano chiaramente una preistoria diversa da quella che ci è stata mostrata; la donna svolge ruoli  centrali e strettamente necessari per la sopravvivenza e l’evoluzione  della specie.Non solo, la Donna è riconosciuta al pari dell’uomo nei contesti sociali, ricreativi e artistici.Sono state ritrovate diverse caverne nelle quali erano presenti un maggior numero di pitture femminili che maschili. Altri dati archeologici mostrano le Donne nel ruolo di artigiane, cacciatrici, instancabili camminatori e “interlocutrici di altre tradizioni culturali”.

In un periodo in cui non esistevano ancora le immense sovrastrutture e livelli che oggi coprono la sincera natura della realtà, l’espressione massima del potenziale umano di ogni individuo era il centro; al di là di genere,razza o provenienza. Questo concetto è secondo me chiave allora come oggi, ed è, a mio parere , uno dei punti focali della crisi socio comportamentale odierna. La parità genera equilibrio; l’equilibrio genera struttura; la struttura genera benessere. E dal benessere scaturisce la positiva riuscita della specie, che si traduce non soltanto nella sua sopravvivenza, ma nel fluido svolgimento delle più quotidiane mansioni — individuali e collettive, domestiche e pubbliche.Se dunque riconosciamo che un clima di collaborazione e parità risulta più produttivo, più stabile, più efficace, occorre interrogarsi con onestà: quale forza ci induce a credere che l’abbandono di tali valori possa rappresentare una scelta vantaggiosa?Quale razionalità può sostenere che la frammentazione produca più della coesione, che l’esclusione renda più della partecipazione, che la gerarchia sia più funzionale dell’equilibrio?

 

il 50% del potenziale umano

In epoca preistorica era naturale per l’essere umano dedicarsi a tutto ciò che gli permetteva di sopravvivere e progredire, distinguendo ciò che contribuiva al positivo decorrere degli eventi da ciò che lo ostacolava.All’interno di questa prospettiva, sarebbe stato incredibilmente controproducente — oltre che poco lungimirante — incapsulare il contributo del 50% della popolazione, ossia tutti gli individui di un genere, in attività rigidamente settorializzate e in definizioni invalicabili.Piuttosto, ogni singolo individuo veniva considerato per il modo specifico in cui solo lui o lei avrebbe potuto contribuire al funzionamento delle mansioni quotidiane.Da un punto di vista prettamente utilitaristico, il potenziale umano di ciascuno diventava il vero interesse per gli altri membri del gruppo: non il genere o la provenienza, ma ciò che concretamente si era in grado — o meno — di mettere sul piatto.In questo modo, ognuno era portato a esprimere il massimo delle proprie capacità, ad applicare il potenziale del proprio complesso psicofisico nei diversi ambiti: caccia, artigianato, raccolta, medicina.È quasi superfluo sottolineare come questa argomentazione non trovi alcuna necessità nel considerare uomo e donna come entità separate e gerarchicamente distinte: una donna particolarmente abile nella caccia può offrire un contributo maggiore rispetto a un uomo forte ma poco competente, così come un uomo dotato di un sapere articolato sulle piante e sulle bacche può risultare più efficace di una donna specializzata nella caccia.Ciò che contava era la competenza, non l’appartenenza.Attenzione, però: questo non si traduce in una scansione meritocratica nel senso moderno del termine. Non si trattava di una competizione per emergere, né di una selezione gerarchica. Erano processi naturali, spontanei,automatici.In parole semplici: era evidente che una condizione di parità e collaborazione producesse i maggiori benefici per l’intera comunità e quindi anche per il singolo. Mi soffermo su questo punto perché oggi questa ovvietà sembra essersi offuscata. Non agiamo più in funzione di ciò che porta beneficio alla collettività e alla specie, ma prevalentemente in funzione di ciò che riteniamo possa garantire un vantaggio individuale.Con estrema superficialità — e una profonda mancanza di lungimiranza — fatichiamo a riconoscere che concentrarsi esclusivamente su ciò che giova al singolo, trascurando il bene comune, finisce per andare contro i nostri stessi interessi di crescita,salute, stabilità e successo.Ciò che appare come affermazione personale rischia di trasformarsi, nel lungo periodo, in un indebolimento collettivo. E un collettivo indebolito va ad aggravare rapidamente la condizione psicofisica del singolo. In quest’ottica , la disparità di genere, è un violento atto di incompiutezza e frenesia.Dare al genere femminile minori possibilità di agire nei diversi ambiti della realtà significa mettere da parte il 50% del potenziale umano; rinunciare non al contributo che “ le donne” potrebbero dare ma al contributo che altrettanti esseri umani metterebbero a disposizione. Inoltre è necessario fortificare questo concetto con un argomento importante. Donne e uomini sono diversi , non c'è dubbio, ma nello stesso esatto ordine di pensiero in cui un uomo e un altro uomo si differenziano; la differenza biologica che giustifica l’androcentrismo è stata vastamente sfatata. Cosa significa ciò, che tutte quelle differenze sono quindi diversi nuovi specifici modi in cui quel gruppo di persone contribuisce al resto del genere umano, arricchendolo di prospettive e nuove capacità risolutive. Vi porto tre dati particolarmente rilevanti: In Italia siamo premiati per il piu basso tasso di occupazione d’europa solo 1 donna su due lavora, circa 53 per cento contro 70 punti percentuale per l’occupazione maschile

Le donne guadagnano in media circa 8.000 - 9.500 euro in meno all'anno rispetto agli uomini. Nel ruolo di dirigente: 21,1% - 21,8% sono donne.

Tempi comodi, per l’uomo

E’ chiaro per me come l’apparizione della tematica di genere nell’essere umano provochi infinite dinamiche di attrito che vanno a infastidire il corretto funzionamento dell’individuo, reprimere la sua preziosa espressività e infine svalorizzare la sua figura all’interno della popolazione. 

Ma quali forze permettono il perpetuo verificarsi di un concetto così chiaramente controintuitivo e controproducente. Paola Profeta, durante un Tedx Talk si sofferma su un argomentazione interessante. La disparità di genere produce una condizione di costrizione sistemica, un’immobilità imposta che si radica nelle strutture sociali e si manifesta come limite artificiale alla libertà di chi la subisce.Un centro di potere che si arroga il diritto di circoscrivere l’orizzonte dell’altro, appropriandosi della sua autonomia, un potenziale viene deliberatamente contenuto.Paola afferma che questo meccanismo di appropriazione vede come protagonista il tempo. Appropriarsi della libertà dell’altro significa appropriarsi del suo tempo. Sebbene possa apparire come un’analisi circoscritta a un concetto specifico, essa possiede una portata ben più ampia: una rilevanza trasversale, capace di informare ogni altro ambito.Paola ci fa un esempio dello squilibrio di tempo indotto dalla disparità do genere. Studi statistici hanno mostrato che Le donne in Italia , lavorano 2h e 55 minuti, due ore e cinquantacinque minuti in più degli uomini ,ogni giorno, non retribuite, intese nella cura di bambini, casa e mansioni che “evidentemente” non sono da uomini.

2007 anni europeo per parità per tutti.Se nella preistoria non esisteva una rigida gerarchia, allora il genere non è un destino biologico, ma una costruzione storica che si è irrigidita nel tempo. La rigidità, la violenza di un ostinazione sempre meno razionale, il delirio della ripetizione,l’incessante mania di convenienza e  comodità.Queste sono tutte parole che ,nel mio quotidiano pensare, descrivono la radice di tanti dei problemi che affliggono l'uomo contemporaneo e in certa misura, hanno a che fare anche con il tema qui affrontato. Lo studio della preistoria restituisce l’immagine di un funzionamento fluido della vita sociale e familiare, in cui questioni di genere e di potere non si configurano nemmeno come questioni. Uomo e donna non mettono in dubbio il loro valore, agiscono  secondo una logica intrinseca  alla loro condizione naturale ,senza intervenire sul normale decorrere della realtà che li ospita. Compiono ciò che appare istintivamente più coerente, più necessario, e propedeutico alla soddisfazione delle esigenze comuni..Oggi, al contrario, sembra essersi smarrita quella consapevolezza innata e quasi organica delle autentiche necessità della nostra specie — dell’uomo e della donna contemporanei — necessità che, nei loro aspetti più viscerali, restano in larga parte immutate.Preferiamo arrovellarci su giganti questioni che noi stessi abbiamo creato, sovrapponendole a un vivere armonioso.Un equilibrio originario che, nella sua semplicità, non appare più sufficiente a soddisfare desideri che abbiamo reso artificialmente complessi.Proviamo a dare un esempio tangibile degli astrusi concetti che sto cercando di farvi visualizzare. L’ambito economico politico odierna mostra a parer mio la più grande mancanza di lungimiranza, intesa come innata consapevolezza, a cui si possa assistere. Ogni decisione e proposta è costruita sulla sfera individuale, su interessi di gruppi piccoli di persone,o di singoli stati, per esaudire un desiderio da soddisfare.Tutto ciò con l’idea di accaparrarsi vantaggi economici e personali. Ad esempio: ignoro le necessità ambientali per il vantaggio economico che mi può dare il disboscamento o il petrolio ecc. Il guadagno che hai ottenuto è incomparabilmente inferiore al danno che ti sei auto inflitto, in quanto la tua stessa vitalità basale poggia su l'aria che respiri e sul funzionamento del clima. Non c’è lungimiranza in nessuna direzione, si pensa che sfruttare le risorse del pianeta possa donarti un privilegio che in realtà è solo immaginario perché c’è un risultato ben più drastico sulla tua effettiva possibilità di sopravvivenza che precede la tua possibilità di fare soldi.

 

 

 

Dr. Sarah Blaffer Hrdy - Alloparenting

 

Sarah Blaffer Hrdy è una primatologa e antropologia evoluzionista statunitense, formata presso l’Harvard University, il cui lavoro ha avuto un impatto significativo nello studio dell’evoluzione del comportamento umano, in particolare per quanto riguarda la maternità, la cooperazione sociale e le dinamiche di genere. Mostrando grande abilità nel conciliare biologia evolutiva, antropologia e riflessioni sociali prive di semplificazioni ideologiche, le ricerche condotte da Hrdy sul comportamento dei primati, hanno contribuito a ridefinire alcune interpretazioni tradizionali dell’evoluzione sociale.Attraverso l’osservazione comparata tra specie di primati e l’analisi antropologica delle prime comunità umane, la primatologa ha sviluppato una teoria evolutiva secondo cui la sopravvivenza della specie umana è stata resa possibile non solo dalla competizione o dalla caccia, ma soprattutto da forme estese di cooperazione sociale. 

 

Mothers and Others - Alloparenting

Il libro di Sarah Hrdy, pubblicato nel 2009, è uno dei testi più influenti dell'antropologia evoluzionistica contemporanea. L’opera affronta una domanda fondamentale: perché gli esseri umani sono una specie così intensamente sociale ed empatica rispetto ad altri primati?                                  La risposta che Hrdy propone ribalta molte interpretazioni tradizionali dell’evoluzione umana.Secondo lei, per comprendere la chiave del successo dell’evoluzione umana bisogna inquadrare una lente d'ingrandimento sul modo in cui i bambini sono stati cresciuti. In particolare,Sarah smantella la concezione per cui caccia, intelligenza tecnica e competizione siano stati i fattori dominanti della sopravvivenza della specie, bensì una forte naturale cooperazione nella cura dei bambini, da parte di entrambi i genitori ma anche dagli altri membri della famiglia.Gli esseri umani sono infatti una specie con caratteristiche biologiche molto particolari:i neonati nascono estremamente immaturi, dipendono dagli adulti per molti anni ,richiedono quantità enormi di attenzione e risorse. Per una sola madre sarebbe stato quasi impossibile sostenere da sola questo carico evolutivo Per questo motivo, sostiene Hrdy, si è sviluppato un sistema di cura condivisa. Da qui il concetto di Allo parenting, nonché il cuore teorico del libro. Con questo termine si indica la situazione in cui individui diversi dalla madre biologica partecipano alla cura del bambino.Questi “altri” possono essere:padri , nonne , fratelli e sorelle maggiori , altri membri del gruppo ,individui non imparentati. Un aspetto molto interessante di una sezione del libro è che sposta l’attenzione dal genitore al bambino.Sempre per le inusuali caratteristiche della specie,I bambini umani devono imparare molto presto ad attirare l’attenzione ed interpretare le emozioni degli altri, necessità che favoriscono lo sviluppo di empatia, comunicazione complessa, capacità comunicative e tanto altro. Questo punto in particolare ribalta fortemente un’analisi che vede i genitori come uniche influenze della crescita della prole e analizza invece l’indipendente meccanismo di crescita che il bambino stesso attua.Insomma, secondo la ricercatrice, le basi dell’intelligenza sociale umana nascono nella relazione di cura. Più ci addentriamo alla scoperta di una concezione parentale  veritiera, più perde di significato ogni qual discorso che svalorizza l’intervento  di uno dei due sessi nella cura della prole.Come abbiamo visto , l’uomo preistorico si prendeva grande cura dei figli dimostrando che  non c’è niente di innaturale nella cura,da parte dell’uomo , dei bambini.Ancor prima della preistoria, milioni e milioni di anni fa, tra i nostri primi antenati vivevano diverse specie in cui la gestazione era maschile,l’uomo ricopriva il maggiore investimento evolutivo fecondando e covando le uova.Un esempio che è giunto fino a noi è il cavalluccio marino.Questo ha, secondo me, un grande valore per la società odierna, in cui l'uomo stesso ha la pressione  psicologica e sociale di non poter e dover essere colui che svolge funzioni “materne”.Nel corso del 20esimo secolo, tuttavia, si è riscontrato un  importante aumento graduale della partecipazione paterna  tanto che lo storico  Robert Griswold li ha descritti coniando il termine “New fathers”. 

 

Un sapere dormiente di cui tutti siamo capaci

Non appena si ascoltano le parole di Sarah, si comprende come la sua analisi bio antropologica dei comportamenti umani non si lascia  guidare da strutture di pensiero preesistenti; si orienta piuttosto verso quelle domande che ancora non abbiamo imparato a formulare e verso i dettagli che, consapevolmente o meno, continuiamo a lasciare da parte.E’ proprio in questi sottili scompartimenti, che Hrdy individua le risposte necessarie a ribaltare la nostra obsoleta prospettiva sul tema. Io, in primis, ascoltando le sue parole ho imparato a pormi le domande portatrici di quel potenziale trasformativo capace di sovvertire il mio modo di concepire gli argomenti trattati, mostrandomi quanto io, come tutti gli altri individui  della specie, sepecialmente di sesso mashile, sia altamente influenzato da concezioni sociali ereditate e dunque portatore involontario di dogmi fallacei. Un primo esempio si è verificato durante l’ascolto di un’intervista alla primatologa da parte di Radio health Journal. Personalmente , ho sempre citato con convinzione le innate capacità di accudimento e cura legandole prettamente al sesso femminile, evocando spesso  queste caratteristiche come emblema della figura di Donna, in quanto potenziale mdre.Sarah ci racconta che, sebbene è vero che le madri portano con sé un insieme di disposizioni innate e istintive legate alla cura dei figli, è altrettanto vero che, in larga parte, imparano a essere madri proprio nel momento in cui lo diventano. Errori, tentativi e continue riprogrammazioni nel tempo costituiscono quel processo evolutivo di apprendimento che  informa e modella il modo in cui ci si prende cura di un bambino. Questa, tuttavia, non è l’unica fonte di conoscenza. Una parte essenziale della sensibilità materna risiede infatti nella capacità di riconoscere e interpretare gli indizi e i segnali che il bambino esprime, rispondendo in modo adeguato alle sue necessità specifiche e mutevoli nel corso delle giornate. Inoltre, diversi studi scientifici hanno dimostrato come l’impegno attivo della donna, una volta divenuta madre, nelle pratiche di cura e accudimento non sia riconducibile esclusivamente a fattori socio-comportamentali. Tali dinamiche trovano infatti riscontro anche a livello neurobiologico, manifestandosi nell’attivazione di specifiche aree della corteccia cerebrale e di particolari sistemi ghiandolari del cervello coinvolti nei processi di attaccamento, empatia e risposta alla prole.Se allora questi visibili meccanismi di attivazione sono ciò che una parte della comunità scientifica utilizza per definire il comportamento materno, la domanda retorica sorge quasi spontanea: quando è un uomo ad accudire il proprio figlio, questi meccanismi non si attivano dunque, vero? E invece sì. Sarah Blaffer Hrdy mette in discussione con chiarezza una lettura tanto parziale quanto limitante, mostrando come negli uomini possano attivarsi le stesse identiche  aree cerebrali e gli stessi identici circuiti neuronali associati alla cura e all’accudimento della prole. Hrdy ci racconta che l’aumento di ormoni quali prolattina, progesterone e ossitocina, è tipico nella Madre che inizia a prendersi cura di un bambino e che lo stesso esatto meccanismo è individuabile negli uomini. Nel 1980 abbiamo scoperto che negli individui maschi di marmosetta ,un primato con l’aspetto di una piccola scimmia, c’è un visibile aumento di prolattina nella fase parentale.Questo sarebbe dovuto essere un forte suggerimento per un'indagine parallela sul comportamento umano, ma la nostra forte influenza androcentrica ha confutato in partenza la possibilità che potesse avvenire. Nel 2000 , poi, due ricercatrici hanno condotto un pilot study su un gruppo di  padri in paternità che ha confermato le ipotesi ottenute dallo studio dei primati. Ci sono voluti altri 10 anni però prima che potessero essere condotti studi approfonditi che analizzassero il percorso ormonale degli uomini in un arco di vita più lungo. Si scoprì così che quando un uomo affianca la donna nella cura del bambino, si attivano nuove aree evolutive della corteccia cerebrale frontale . Ancora più affascinante, Sarah afferma che in coppie di genitori di stesso maschile si attivano dei circuiti incredibilmente antichi e dormienti associati alle emozioni primarie. E’ per me intuitivo sostenere che questi tratti non si verifichino nella totalità della popolazione maschile in quanto soppressi dalla perpetua narrazione androcentrica .Ed ecco che subentra in modo incisivo il concetto di potenziale umano. Come abbiamo visto, solo negli ultimi decenni si è cominciata a inserire una visione più ampia e completa delle dinamiche parentali e, ancora oggi l’opinione pubblica fatica ad accettare che una coppia omosessuale sia in grado di donare a un bambino ciò di cui ha bisogno. Beh , la scienza a cui questa stessa ideologia si appella dimostra il contrario Sappiamo che nei genitori dello stesso sesso maschile si attivano affascinanti processi neuronali estremamente antichi, e che il processo neurologico ormonale della donna avviene anche nell’uomo; allora  il quesito che voglio proporre è il seguente: quando smetteremo di rinchiuderci all’interno di un immagine parentale obsoleta e mal-sana e inzieremo finalmente a mettere il benessere di noi stessi, dei nostri figli e della specie al primo posto?

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