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Samuel Beckett: La morte in prima fila di teatro

Belfio

Che cos’è la morte, è davvero sinonimo di “Fine”?

Prima di entrare nel vivo del discorso, penso sia importante esplorare in modo più approfondito i significati racchiusi nella parola “morte”. La Morte occupa un luogo di pensiero speciale per tutte le dottrine e i campi di ricerca conosciuti. Dalle prime forme di aggregazione sociale fino ad oggi ha costituito il fulcro di importanti discussioni e pratiche. Venerata, temuta , impersonificata e stigmatizzata, ha assunto molteplici forme e funzioni. Seguendo il percorso storico e filosofico di quest’ultime possiamo già intuirne la caducità del discorso.

Epicuro scrive: “Abituati a pensare che la morte non è nulla per noi, perchè ogni bene e ogni male risiede nella facoltà di sentire, di cui la morte è appunto privazione”.(All’interno di queste parole, il filosofo racchiude, con estrema semplicità, un atto di consapevolezza che solo pochi saggi riescono ad acquisire nell’arco di una vita.) Tutto ciò che ci provoca gioia o dolore, appartiene allo spettro della percezione e dipende dalla nostra possibilità di interpretare la realtà circostante tramite l’intelletto.L’essenza più intima dell’atto di morte perciò, in quanto annulazione ultima della nostra capacità percettiva e intellettuale, è sconosciuta,non ne possiamo fare esperienza e non provoca “dolore”.Epicuro sostiene quindi che, poichè non provoca sofferenza quando sopravviene, è vano che ci addolori nell’attesa e ,una volta presa consapevolezza organica di non essere immortali, possiamo veramente occuparci della vita. (Questa argomentazione è sicuramente limitata nei confronti di visioni più estensive ed articolate, ma ci permette di entrare nel campo di pensiero di questo articolo.Proseguiamo).La maggior parte di noi, incapace di apprendere questi fondamenti /digerire la controversa verità di questi fondamenti, vive nella costante Paura della morte, esitante e isnicuro, tenuto in ostaggio da qualcosa che mai conoscerà.La siddetta tantofoobia, è uno stato , un trauma ricorrente che, a mio parere, non si manifesta solamente in relazione al nostro appurato decadimento, ma bensi contribuisce a forme di timore e ansia quotidiane apparentemente semplici. la Morte, nonostante sia al di fuori della nostra capacità cognitiva, è l’unica certezza che ci accompagna dal primo secondo di vita e, ciò che identifichiamo come la Fine è quindi un carattere umano in ogni momento presente del nostro esistere. Questa concezione, particolarmente accentuata nel mondo occidentale, per la quale la morte rappresenta lo stato finale di un percorso di vita e non una condizione contemporanea alla vita stessa merita secondo me un analisi più approfondita.

La “Fine” è sempre oggi

All’interno delle relazioni amorose , nei progetti, nell’organizzazione e nel rapportarsi con il complesso mondo moderno lo sguardo è spesso proiettato nel futuro più lontano.Tendiamo a soffermarci sul momento in cui ciò che ci coinvolge/ a cui teniamo potrebbe finire,disgregarsi o assumere diverso significato; camminiamo a braccetto con la costante paura che le cose possano morire e noi con loro.Io , per esempio, sono estremamente pavido e ,soffermandomi su questo mio tratto,mi sono reso conto che le mie angosce, dalle più ironiche alle più severe, trovano sempre origine in una radicale paura di morire, di non poter più essere. E’ curioso domandarsi come mai questo fenomeno riguarda anche situazioni che non costituiscono un effettivo rischio di vita.Da un lato un sentimento estremamente intrinseco della nostra evoluzione animale , una paura scaturita dagli stessi muscoli ancor prima del cervello, un meccanismo di protezione e allerta che imposta l’essere vivente a una costante ricerca di vita e sopravvivenza.Dall’altro , il tratto evolutivo che ha portato la ragione nelle nostre menti, motore di una nuova interpretazione che la natura attua su se stessa, oggetto di un incertezza quasi “innaturale”.Io ritengo sia proprio l’ncongruenza tra questi due caratteri a renderci incapaci di comprendere e accettare la fuggevolezza del nostro esistere. La nostra specie, per riconettersi con il suo decorso naturale, ha dunque la necessità di esorcizzare questa paura, scagionare all’interno di ogni cellula l’angoscia che ne corrompe il funzionamento. A questo proposito, sin dalle prime civiltà antihce, l’essere umano si è dedicato a svariate pratiche e rituali con questo obbiettivo.Una di queste è banalmente il teatro, dove il potere della catarsi permette a tutti i partecipanti, pubblico e attori, di fare esperienza emotiva del tema trattato. Scontrarsi con questo tema fin da piccoli ci permette di non vivere la morte come una zavorra, ma come un trampolino di lancio, una predizione, un occhio dal futuro che ci permette di migliorare l’oggi.

Ogni storia ha bisogno di un finale

Mentre discorrevo con mio fratello sul tema ho avuto l’occasione di notare che quando sei coinvolto nella lettura di un libro, appartieni all’autore, indirizzato nei meandri del suo particolare linguaggio ed è solo

quando finisci il libro,quando chiudi l’ultima pagina,che ti liberi della sua figura e il libro finisce nelle tue mani.Ora può sedere nella tua libreria nel ruolo di chi certifica tutto ciò di cui hai fatto esperienza nella lettura.L’intimo percorso che hai vissuto di pagina in pagina viene coltivato nella tua sfera emotiva quotidiana e assune nuove sembianze. La “Fine" è perciò intrinseca nell’oggetto stesso che, in quanto finito permette di farne un esperienze chiusa, di attraversarlo all’interno di un cerchio che ha una data di apertura e (un momento) di chiusura o di cambiamento. Da questa riflessione ricaviamo l’importanza del “Finale”. Un viaggio in treno, per definirsi tale, ha bisogno di un punto di partenza e una città di arrivo, un cammino, di una tappa iniziale ed un traguardo; un iniziativa, un business,un evento avrannò sempre un percorso di preparazione che si vedrà realizzato in un “Atto Finale” . Senza una fine, un qualsiasi percorso o una storia rimangono sospesi, privi di struttura. La morte, in questo senso, in ogni singolo istante, dà forma e movimento alla vita, le conferisce un inizio, uno sviluppo e un punto d’arrivo.Il termine di ogni cosa rappresenta dunque l’epilogo nel quale tutti i micro e macro componenti che hanno portato a quel momento assumono significato assoluto e verità fisica, il cerchio si chiude ed un nuovo canale percettivo si sblocca.In virtù di questa prospettiva,trovo incredibilmente interessanti le pratiche celebrative funebri. Il momento del decesso è affrontato in modo diverso tra le varie religioni e culutre, ma in tutti i casi è chiaro che quel momento della vita della persona è di grande importanza e va accuratamente celebrato.Addirittura , soprattuto nel mondo occidentale, la morte gode di molta più attenzione della nascita di una nuova vita. Riflettere sulle pratiche che riguardano il momento del nostro decesso, nelle quali veniamo celebrati per tutto quello che siamo stati e ricordati per i nostri valori, e di conseguenza apprendere nel presente il significato del nostro decadimento ci permette, allo stesso modo, di celebrare noi stessi per ciò che siamo in ogni momento e smettere di vivere nell’incertezza ed esitazione.E’ comune pensare che si comprende il valore di qualcosa solo quando lo si perde.E’ vero.Ma ancor più reale è la possibiltà che ci viene donata quando ne siamo consapevoli; possiamo agire nell’adesso sfruttando questo pensiero angosciante per incertire la rotta e indirizzare le nostre azioni verso un finale coerente con le nostre intenzioni.

Sulla base delle riflessioni che ho condiviso, ho deciso di portarvi un approfondimento sulla figura controversa di Samuel Beckett, scrittore e pensatore irlandese che ha approfondito il tema della morte in modo unico e sincero. Tramite la forma del teatro ha reso il naturale decadimento un esperienza emotiva indigestibile per attori e pubblico, avviando un processo di catarsi interiore che porta una consapevolezza organica difficilmente raggiunginile.

Chi era Samuel Beckett?

Samuel Barclay Beckett nasce nella dimora di Cooldrinagh a Foxrock, quartiere periferico di Dublino, in un giorno non precisato del 1906. Già da molto piccolo mostra segni di irrequietezza e ama passare il tempo all’insegna di giochi inconsueri e attività pericolose.
Lettore infaticabile già dal college, macina libri in lingue diverse. Laddove stenta a proseguire chiede aiuto a insegnanti privati. Conosce così Bianca Esposito che lo inizia alla lettura di Dante, che lo accompagnerà per tutta la vita.Nelle sue prime opere e lavori si respirano già toni satirici e comici, ispirati o accompagnati da racconti tragici. Quando scoppia la seconda guerra mondiale, nonostante l’Irlanda sia neutrale, entra a far partedi un gruppo della Resistenza il cui nome in codice è Gloria. Il suo ruolo è quello di traduttore, ma non disdegnerà di cimentarsi con i microfilm.Le macerie e la miseria del dopoguerra influiranno fortemente sulla sua poetica. A Dublino, ha una improvvisa visione interiore che gli chiarisce una volta per tutte quale è l’argomento della sua poetica: se stesso. La ricchezza delle possibilità del mondo esterno lascia il posto alla miseria del mondo interno. L’erudizione lascia il posto alla desolazione. Sul periodico Transition appare un’intervista a Beckett in cui lo scrittore si lascia sfuggire una frase: “Non c’è nulla da esprimere, nulla con cui esprimere, nulla da cui esprimere, nessun potere di esprimere, nessun desiderio di esprimere, insieme con l’obbligo di esprimere.” Seppure in quel momennto si riferisce alla pittura, le sue parole ci forniscono un importante indizio sul suo operato. Tra le sue opere teatrali più affascinanti e celebri troviamo “Aspettando Godot” e “Finale di Partita”; le rispettive messe in scena scoinvolgeranno il pubblico ribaltando il significato di Teatro.

Aspettando Godot

L’opera ha come protsagonisti Vladimiro (chiamato anche Didi) ed Estragone (chiamato anche Gogo), due vagabondi che aspettano su una desolata strada di campagna un certo "Signor Godot". La sceneggiatura è composta unicamente da un albero posto dietro ai due personaggi che regola la concezione temporale attraverso la caduta delle foglie.Il misterioso sognor Godot non apparirà mai sulla scena, e nulla si sa sul suo conto. Egli si limita a mandare un ragazzo dai due mendicanti, il quale dirà ai due protagonisti che Godot "oggi non verrà, ma verrà domani". Eppure, i due continuano ad attenderlo di giorno in giorno, senza speranza, con patetica tenacia. Beckett stesso dice :”Se avessi saputo chi è Godot, l’avrei scritto nel copione.”.Lo spettacolo non ha nessun risvolto inaspettato, nessun colpo di scena, nessuna sorpresa, nessun signor Godot.Il pubblico è tenuto in ostaggio per tutta la durata dell’opera, con l’angosciante speranza che qualcosa succeda, che l’invisibile protagonista arrivi o che qualcosa possa scaturire un emozione diversa dalla semplice attesa, condizione attorno alla quale la tragicommedia è costruita.

Quasi nessun critico si è però voluto accontentare di questa semplice chiave di lettura. Nel personaggio di Godot si è cercato di vedere un simbolo: Dio il destino, la morte, la fortuna, ma la genialità dell’opera sta proprio nella sua astrattezza, nella mancanza di definizione L’attesa di Vladimiro ed Estragone è l’Attesa per eccellenza, la sintesi di tutte le attese possibili, di cui il pubblico fa esperienza assoluta tramite il mezzo teatrale. Un amico inglese che ha assistito ad una messa in scena mi dice:”Perfino io (che di tutto mi interesso e affascino),non ce l’ho fatta, non ce la facevo più, infastidito e disturbato da questo Godot che non arrivava mai ,ho aspettato fino alla fine che succedesse qualcosa e sono uscito dal teatro particolarmente provato”. Lo sconforto con cui mi ha riportato la sua esperienza , il nervosismo che gli ha provocato il semplice ricordo dello spettacolo, mi ha fatto comprendere la grandiosità dell’opera. Beckett è riuscito ad uccidere il teatro rimanendo nei muri dello stesso.La sua pièce non permette al pubblico un interazione, non prevede un coinvolgimento emotivo della platea, esiste a prescindere dal luogo e dal pubblico della messa in scena, vive e muore su se stessa.Chi guarda non può accettare di non farne parte, il teatro è sempre stato luogo di un emozioni condivise,suscitate da una recitazione impegnata nella cattura dell’ascoltatore.Nei confronti del discorso che ho portato nella pagina precedente questo fenomeno è estremamente affascinante. L’autore irlandese, infatti, riesce ad accendere in noi un forte stato di angoscia e confusione senza neanche prenderci in considerazione, a dimostrazione del fatto che l’intelletto umano è destinato a rincorrere costantemente desideri,intrappolato in un attesa patologica, incapace di attendere.

Finale di partita

I protagonisti questa volta sono Hamm, un anziano signore cieco e incapace di reggersi in piedi, e il suo servo Clov, che al contrario non è capace di sedersi. I due, dipendenti l'uno dall'altro, hanno passato anni a litigare e continuano a farlo mentre si svolge l'opera. Finale di Partita si svolge in uno scenario che oggi verrebbe definito post-apocalittico, tutto lascia presagire che sia avvenuta una catastrofe che ha cancellato quasi ogni traccia di vita sulla Terra. Hamm, Clov e i due genitori di Hamm sono gli unici superstiti che ci è dato di vedere e che trascorrono i loro ultimi giorni, ormai senza speranza, in una casa ormai a pezzi. I genitori,(la madre Nell e il padre Nagg) sonoprivi di gambe e vegetano all’interno di due bidoni della spazzatura.Tra dialoghi fortemente sconnessi e comportamente all’insegna del tragicomico si respira da subito il tentativo di rappresentare l’assoluta mancanza di senso e l’altrettanto assoluta necessità di trovarlo. I protagonisti battibeccano nel delirio della loro fine , incerti di come affrontare e concepire un esistenza destinata a concludersi.Non c’è più spazio per il timore della morte, ma rinunciare alla continua sofferenza della loro condizione non gli è permesso ed è proprio la tristezza esasperata nel linguaggio tragicomico che rende ,a situazione ironica. Il padre di Hamm dice:”non c’è nulla di più ironico della tristezza”. Theodor W. Adorno, uno dei più attenti interpreti del lavoro beckettiano ha sostenuto che l'opera fosse ambientata dopo la seconda guerra mondiale, in seguito ad azioni inimmaginabili perfino per l’uomo. Io consiglio vivamente la messa in scena portata dalla compagnia di Lugano Teatro d’emergenza il quale propone una rappresentazione fedele, non solo nel testo ma anche nelle intenzioni. Gli attori abbracciano il senso di morte

e di delirio trasportando il pubblico in un esperienza tutt’altro che abituale. Concetti come esistenza e tristezza assumono nel corpo di chi osserva e ascolta forme nuove e si attiva un processo catartico estremamente efficace. Lo spettatore si ritrova nello stesso stato di angoscia e confusione dei protagonisti e affronta così in prima persona gli argomenti dell’opera. La commistione del genere comico e di quello tragico è proposta da Beckett in modo geniale e risulta in battute che allo stesso tempo, suscitano la risata e lo sconforto.

In conclusione

Nei confronti delle riflessioni che ho proposto sul significato di morte,esistenza e paura , Samuel Beckett porta una visione estremamente pessimistica e definitiva.Tuttavia, la sua spaventosa sincerità e trasparenza narrativa può giocare a nostro favore. Le sue opere, ci permettono in modo intimo e interiore di affrontare un processo di accettazione e comprensione di quelle stesse tematiche che tengono sotto ostaggio il genere umano.Dietro un esperienza di teatro così controversa si trova l’opportunità di aprire un dialogo tra noi e le nostre tendenze meno visibili, come la paura della morte.

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