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Pillola rosa o pillola azzurra? Cose da maschi e cose da femmine: il cinema

Claudio Regini

Solitamente quando inizio a scrivere qualcosa, mi fido molto delle mie intuizioni, di solito le assecondo e non vado troppo lontano da quella che è l’idea iniziale. Riflettendo sul tema di questo numero quello che mi è risultato più naturale fare è stato assecondare il pensiero per il quale, partendo dall’assunto che esistono cose da maschi e cose da femmine, anche nel cinema questa divisione esista.

Le opzioni che mi si sono presentate sono due e sono le seguenti: o il cinema, come del resto il calcio, è una cosa solo da uomini, armati di esoscheletri, teleobiettivi e microfoni pesantissimi. Oppure il cinema è come la danza e la cucina che richiedono minuzia, precisione e sensibilità, ergo, quanto più di femminile uno possa pensare. Questo pensiero incontrava una falla laddove le opere di artisti maschi vedono al proprio interno maestranze

femminili e viceversa. O ancora più semplicemente, dal momento che esistono opere ideate, realizzate e finanziate tanto da. uomini quanto da donne. In un mondo come il cinema, in cui possono più o meno convivere addetti ai lavori e artisti sia uomini che donne, la  spaccatura di genere non può quindi riguardare il cinema delle donne o quello degli uomini, ma quanto più il cinema per gli uomini e quello per le donne.

Ho quindi preso due scatole fittizie e le ho piazzate al centro della mia mente, sgombera di preconcetti, pregiudizi e prescrizioni generaliste generazionali. Due scatole con due etichette: il cinema dei maschi, il cinema della femmine, la prima scatola blu, la seconda rosa. 

La divisione è inizialmente facile: La Haine di Kassovitz, fatto da un maschio per altri maschi. Paris is Burning di Jennie Livingstone, fatto da una femmina per altre femmine, via nella scatola rosa. La scrematura continua. Yojimbo: maschi, Ritratto di una giovane in fiamme: femmine, Shining per i maschi e Frances Ha per le femmine, tutto chiaro. La mia divisione si incaglia un po’ quando incontra quei film in cui il soggetto è femminile ma il destinatario è maschile (il tanto dibattuto male gaze), Kill Bill è da femmine o da maschi? L’ho messo nella scatola dei maschi, eppure è uno dei film preferiti della mia amica M, che ad onor del vero è una femmina… Il meccanismo si rompe definitivamente quando mi rendo conto che alcuni dei titoli a cui sto attingendo sono tra i miei film preferiti e nella loro visione, questa distinzione non mi si era mai profilata. Per un momento penso di essere stato addirittura sommario nel non aver mai notato questa distinzione. Ho capito che anche questa divisione era troppo netta, ma ormai ero in missione per conto di me stesso e dovevo stanare questo mistero. 

Quando ormai ero arrivato a un vicolo cieco scopro dell’esistenza del test di Bechdel. Si tratta di un test di valutazione filmica nato nel 1985 a partire da una striscia comica della fumettista statunitense Alison Bechdel, i cui parametri sono tre e sono sintetizzati per l’appunto nella vignetta The rule, che vi riporto di lato senza alcun diritto d’immagine. Dunque occorre che ci siano almeno due donne (di cui si deve conoscere il nome), le quali almeno una volta devono parlare tra di loro, e nel parlare tra di loro, non devono parlare di uomini. Ho dovuto dunque riorganizzare la mia mente con due nuove scatole: una bianca e una nera: nella prima i film che non passavano il test, nella seconda quelli che soddisfavano tutti e tre i parametri. Twelve angry men? Assolutamente no, i personaggi sono quasi solo maschili. Gloria? Assolutamente si, qui al contrario il cast é quasi tutto al femminile. Sentimental Value promosso, The elephant man bocciato, Mamma Roma promosso, Pulp fiction bocciato. Quando sentivo di essere ormai arrivato alla fine della mia riflessione, mi sono reso conto di quanto però, il test non tenesse conto della qualità intrinseca del film, i sopracitati capolavori venivano declassati per l’assenza del femminile, altri passavano il test per una conversazione al bar tra due personaggi secondari. Il rischio era che, mutuando un termine dalla psicologia, a queste donne mancasse Agency, e che quindi non avessero un ruolo attivo nel film ma quanto più quello di monumenti devoti all’estetica del film stesso. Dunque anche il test, era fallace per la mia ricerca, anche questa strada, non mi aveva portato alla verità. 

Rassegnato e ormai certo di non aver concluso niente riguardo il cinema dei maschi e il cinema delle femmine, decido di consegnare il testo in bianco, proprio non trovavo niente da dire. Delle cose le avevo intuite ma mi sentivo addosso troppe responsabilità, non mi sentivo sufficientemente autorevole per dire cosa si può e cosa non si può fare nel cinema, cosa va bene per i maschi e cosa per le femmine,  cosa riguarda gli uni e cosa gli altri. Arrivavo sempre di più alla conclusione che il mio pensiero, tutto era fuorché qualcosa di straordinario e profetico, quanto più un pensiero, credo, basato sul buonsenso e sull’abolizione della regola “due pesi e due misure” a beneficio del “la legge è uguale per tutti” o un più romantico e meno autoritario “tutto il mondo è paese” (suggerito dall’intelligenza artificiale credo senza reale cognizione di quello  che le stavo chiedendo). Mi sono quindi sottratto all’arduo compito di spiegare IO cosa potessero significare le questioni di genere nel cinema e indagare la loro origine, per questo purtroppo, non mi pagano ancora abbastanza.

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